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L’assedio dimenticato di Gaza, silenzi omertosi

Mentre da noi suscita scandalo uno degli aspiranti ministri indicati da Luigi Di Maio, il professor Fiorimonti dell’Università di Pretoria, accusato ieri dal portavoce del Pd Fiano di “boicottaggio accademico” perché, in dissenso con la partecipazione  dell’ambasciatore di Israele, avrebbe disertato due anni fa un convegno sull’acqua in Sudafrica, apprendiamo dalle Nazioni Unite che la striscia di Gaza, a causa del boicottaggio israeliano e “dell’omertà mafiosa che lo circonda”, potrebbe diventare “inabitabile” entro il 2020. Remocontro cita Alberto Negri, inviato speciale del Sole 24 ore, esperto di politica internazionale e in particolare del mondo arabo. (nandocan) .

***di Ennio Remondino, 28 febbraio 2018 –

L’assedio dimenticato di Gaza

Gaza, l’assedio più lungo della storia contemporanea, precisa Alberto Negri, giornalista di acute attenzioni. Un silenzio che noi definiamo di omertà mafiosa. Come altro definire la ‘Cupola’ che ha deciso di strangolare la Striscia?
«Non sono più soltanto gli israeliani o le perenni diatribe tra Hamas e Fatah ma ora anche l’America di Donald Trump che dopo la dichiarazione di Gerusalemme capitale dello stato ebraico ha deciso anche di congelare gli aiuti ai palestinesi. Gli Stati Uniti infatti non forniranno 45 milioni di dollari di aiuti alimentari ai palestinesi che Washington aveva promesso».
Alberto Negri di buona memoria, e pochi altri. L’assedio che dura più a lungo. Dal 1991, incattivito nel 2007: Gaza definita dal segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, “una prigione a cielo aperto”. Situazione catastrofica denuncia l’ex ministro degli Esteri bulgaro Nikolay Mladenov, riferendo al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Nell’enclave palestinese l’acqua potabile scarseggia, gli ospedali sono stati chiusi e “i medici hanno smesso di operare”.

La ricostruzione secondo Israele

«Vorremmo che le teste dei palestinesi restassero sull’acqua». La popolazione di Gaza appesa tra la vita e la morte. La frase è di Liberman, ministro israeliano della guerra, destra ebraica senza se e senza ma, sintetizzando la politica israeliana nei confronti degli abitanti della Striscia di Gaza.
Israele paese occupante che impone un embargo mortale sulla Striscia di Gaza. Popolazione di Gaza in condizioni catastrofiche, ed immagine di Israele, omertà a parte, che non ne guadagna. E Israele prova a raccontare al mondo che ha a cuore il futuro della popolazione ‘gazawi’ attraverso alcuni progetti finanziati a livello mondiale.
Il piano che Israele vuole presentare alla conferenza dei Paesi donatori prevede la costruzione di stazioni di desalinizzazione dell’acqua, di centrali elettriche, di linee di distribuzione del gas, senza tuttavia aprire i check-point e lasciar entrare o uscire le merci. Assedio che rimane, assieme all’embargo. E poi -osservazione quasi banale- com’è possibile applicare questo piano senza l’approvazione di Hamas, la prima forza all’interno della Striscia?

I numeri di un disastro

Dati del bulgaro Mladenov: tasso di disoccupazione al 47 per cento, 60 tra i giovani. Reddito medio che supera a stento i mille dollari; una popolazione di due milioni; 1milione e 900mila in stato precario o di emergenza. Ora, con Trump, gli Stati Uniti non forniranno 45 milioni di dollari di aiuti alimentari che Washington aveva promesso in risposta all’appello dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. L’Agenzia dell’Onu si occupa non solo del soccorso alimentare e sanitario ma anche delle scuole, e con l’educazione per sperare di sottrarre le nuove generazioni alla radicalizzazione. Da Gaza non entrano merci e rifornimenti e non escono persone.
«Ci vogliono quasi tre mesi perché le autorità israeliane concedano un permesso di uscita e ormai sono poche migliaia l’anno. Ecco perché Gaza è una prigione da cui non si esce: non ci sarà mai nessun “corridoio umanitario”», ricorda ancora Alberto Negri.

Mille morti, finora

I dodici anni di assedio israeliano alla Striscia di Gaza hanno provocato più di 1000 morti, denuncia Ahmad al-Kurd, coordinatore di alcune organizzazioni umanitarie. 450 di quei morti, a causa del collasso del sistema sanitario a Gaza. Senza contare le vittime delle tre guerre. L’ultima, nel 2014, secondo le Nazioni Unite 73 morti tra gli israeliani (68 erano soldati) e 2.251 tra i palestinesi, dei quali 1.462 erano civili, 11 mila feriti e 10mila case completamente distrutte.
Emergenza sanitaria. Il 40 per cento dei farmaci essenziali è esaurito e un altro 10 per cento finirà nelle prossime settimane. Elettricità, per poche ore al giorno per la morosità della amministrazione di Ramallah con Israele. Acqua idem, poche ore al giorno e non tutti i giorni. Quella potabile solo tre-quattro volte la settimana. E siccome le uniche esportazioni sono quelle agricole, sempre più magre, la maggior parte dei palestinesi dipende dai salari pubblici erogati da Hamas o dal governo della Cisgiordania, ma gli stipendi, quando arrivano, hanno ormai subito da anni tagli del 50 per cento.

Cronache dall’inferno inabitabile

Nazioni Unite: entro il 2020 la Striscia di Gaza potrebbe diventare “inabitabile”. «In questi 360 km quadrati -scrive Patrizia Cecconi su Nena News- si impara a vivere il precario come definitivo; si impara che si può ridere anche se a due chilometri c’è appena stata un’esplosione; s’impara che pur non avendo più speranza nel futuro si lavora come se il futuro fosse da conquistare e si cerca di prepararlo per i propri figli». Nell’attesa del 2020 della catastrofe finale, l’inferno di oggi, ancora da Alberto Negri.
«Stavolta, scriveva qualche tempo fa Gideon Levy su Haaretz, Israele non ha la scusa della guerra e dell’espansione degli arabi. Anche l’eccesso di giustificazioni relative alla sicurezza non convince più nessuno, se si escludono gli israeliani che si scagliano contro Gaza. Sono loro gli unici a non aver alcun problema per il fatto che esista una gabbia per esseri umani al confine con il loro paese. E da due decenni non si trova mai la chiave di questa gabbia».

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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