“So’ tutti eguali”?

Roma, 24 febbraio 2018 – “Sono tutti uguali”. Badate, non in base alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo che ci proclama tutti “Liberi e Uguali”, anche se ahimè non lo siamo, ma con riferimento alla corruzione diffusa nel mondo politico. Di fatto, se non  sempre coscientemente, sembra essere questa la convinzione di fondo che ispira il commento mediatico al dibattito politico italiano. Non senza un certo compiacimento, a volte, da parte degli stessi commentatori. Che in  questa brutta campagna elettorale  ciò traspaia soprattutto nella critica ai Cinque Stelle, come un tempo avveniva con la “diversità” del PCI, la sostanza non cambia. E poiché si dice che il giornalista deve essere “cane da guardia” e non “cane da salotto”, potrebbe addirittura sembrare che questo atteggiamento faccia parte dei doveri professionali. E’ giusto così?

Me lo chiedo perché la correità generale si accorda perfettamente con il pregiudizio popolare secondo cui “la politica è una cosa sporca”, i politici “so’ tutti eguali”, “il più pulito ha la rogna” ecc. Tanto più quando il pregiudizio non è applicato con equanimità “anglosassone” a tutte le parti politiche, ma strumentalmente dosato a seconda della linea politica del giornale. Col risultato probabile che a pagarne il prezzo siano soprattutto i candidati che non dispongono del sostegno dei media. Oppure – e non so quale delle due sia la conseguenza peggiore – che siano invece i giornali a perdere di credibilità.

Intendiamoci. L’accanimento nei confronti dei Cinque Stelle, per cui è sufficiente l’iscrizione di un candidato nel registro degli indagati per scatenare il sarcasmo universale è perfettamente speculare all’arroganza con cui a loro volta i grillini hanno attaccato per anni l’intero parlamento come una casta di incapaci e corrotti, riservandosi una presunzione di innocenza del tutto infondata. Per questo ha buon gioco Francesco Merlo a ironizzare sulla repubblica di oggi: ” Va bene che anche Cristo sbagliò a scegliersi uno dei 12 apostoli, ma Di Maio ne ha sbagliati sinora 13, che è più di uno per ogni due giorni di campagna elettorale. Come Ignazio Marino e Rosario Crocetta, anche Di Maio appartiene alla più modesta antropologia degli onesti tontoloni che, senza accorgersene, allevano come pecorelle i lupi più furbi”.

“Di Maio li espellerà pure dal movimento ma intanto li porta in parlamento”, commenta il personaggio nella vignetta di Vauro sul Fatto Quotidiano. Vero, ma bisognerebbe anche aggiungere che quella dichiarazione di espellerli fatta prima del voto renderà  meno facile la loro elezione. Ed è sempre meglio che insorgere contro la “giustizia a orologeria” come fanno altri. Ora, lungi da me tifare per i Cinque Stelle, ma non varrebbe la pena di incoraggiare la “diversità” piuttosto che demolirla ogni volta con una chiamata di correo?  Io non credo che una certa condiscendenza del potere, sia politico che mediatico, verso la furbizia dei lupi unita al disprezzo degli “uomini di mondo” per l’onestà dei “tontoloni” stia giovando alla lotta alla corruzione, che continua purtroppo a dilagare nel nostro Paese.

Più in generale, ai colleghi vorrei dire ancora una volta che nel nostro mestiere è sempre  meglio distinguere che semplificare, anche se questo è più facile e magari “vende” di più. E a costo di apparire – come probabilmente sono – un ingenuo, vorrei che la stessa attenzione impiegata, peraltro giustamente, nel frugare tra i registri degli indagati fosse messa nel segnalare quanto c’è di apprezzabile nel comportamento di questo o quell’uomo politico, indipendentemente dalla sua posizione di leader e dal partito che rappresenta. Vorrei infine che le campagne elettorali di tutti i partiti si giudicassero soprattutto per le cose fatte e per quelle da fare, sulle idee e sui valori difesi, sulla serietà e credibilità dei programmi, non tanto, come avviene oggi, sui personalismi e sulle logiche di schieramento. Sono certo che la nostra democrazia ci guadagnerebbe e che si ridurrebbe anche la deprecata astensione dal voto.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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