La Valle: la mia dichiarazione di voto

Con piacere ho letto questa dichiarazione di voto di Raniero La Valle per Liberi e Uguali. Ne condivido la premessa e la motivazione di fondo, che implicitamente invita a superare anche quelle divergenze all’interno della lista, tra MdP e Sinistra Italiana e Possibile, sulle quali sono impegnati oggi a speculare i nostalgici del “nazareno”. (nandocan).

 ***di Raniero La Valle, 22 febbraio 2018* – Più persone, forse per aver qualche lume, mi hanno chiesto come avrei votato il 4 marzo. Finora però non mi sono sentito di dare alcuna risposta, dato lo scarto tra ciò che in complesso ci viene proposto e ciò che mi sembrerebbe invece davvero necessario, e di cui varie volte ho parlato. Ora credo però di dover dare una risposta, avendo contratto l’abitudine in Parlamento (che in ogni caso continuo a scrivere con la maiuscola) di fare sempre la mia dichiarazione di voto.

La prima urgenza, contro ogni tentazione di astensionismo o di voto nullo, è che tutti vadano inderogabilmente a votare, per salvare lo strumento della democrazia e tenere aperto il futuro.
Quanto al merito, è diventato molto chiaro, nel finale della battaglia elettorale, che siamo tornati a un sistema bipolare, che però non si presenta come uno schieramento diviso in due campi contrapposti (una destra e una sinistra), bensì come un’orbita ellittica disposta attorno a due poli, uno più vicino l’altro più lontano per chi guarda dalla terra.
Attorno a un polo c’è la destra, che il sistema mediatico ha enormemente gonfiato in questa campagna elettorale, fino a darla come vincente o come quella comunque destinata “a dare le carte”, servendo così ciecamente allo scopo di conservare ad ogni costo l’assetto di potere economico-politico esistente. Questa destra ha sempre nuovi belletti, ma ha indossato panni più ruvidi; essa comprende ormai anche il neofascismo sdoganato e comunque mascherato, e promettendo di togliere 50 o 60 miliardi di tasse ai ricchi, dichiara apertamente guerra a quattro milioni di poveri.
Attorno all’altro polo c’è “il resto del mondo”, che non si può chiamare “sinistra” come non fu un’unione di sinistra quella che combatté i fascismi invadenti l’Europa; essa vincendoli produsse però la più grande rivoluzione della modernità, con le Costituzioni postbelliche, la Carta dell’ONU, il ripudio della guerra, lo sblocco delle sovranità, le tavole della dignità e dei diritti dell’uomo e la scelta dell’eguaglianza. È quello che nella prima età repubblicana fu chiamato l’arco costituzionale, a cui si deve quanto di migliore è stato fatto fin qui.
Ora si tratta di decidere come collocarsi tra i due poli. La mia dichiarazione di voto è naturalmente per il campo contrapposto alla destra, il “resto del mondo”, l’arco che va dai 5 stelle, al PD, ai Liberi ed Eguali, a Potere al popolo, con rispetto e senza gettare la croce addosso a nessuno.
Ma in questo campo occorre scegliere il polo, un punto di attrazione, il “fuoco” da avvistare come segnale di direzione, come l’intuito di un cammino; perché il voto non sia solo uno sterile no, no, ma racchiudendo una speranza, sia anche un sì.

In base a ciò, senza che questo voglia essere un’ingerenza nelle scelte di nessuno, dico che voterò per Liberi ed Eguali, perché lo vedo come un soggetto politico venuto sulla scena nascendo da un grande atto di coraggio, quello di aver messo in mora un’errata concezione del potere che con Renzi teneva sotto sequestro il Partito Democratico e l’intero sistema politico italiano, e perché almeno sulla questione dell’accoglienza dei migranti e della cura dei poveri e degli scartati dà a vedere intendimenti che più si avvicinano a quanto più mi sembra vitale per noi.
Poi, come è chiaro, tutto dovrà giocarsi dopo il 4 marzo, in una politica a cui sia tornato il pensiero.

*il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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