Trump ‘anti stragi’: scuole Far West con insegnanti armati

***da RemoContro, 22 febbraio 2018 –

La marcia per le nostre vite

La strage di Parkland, e l’attacco degli studenti sopravvissuti contro le armi, sta creando un movimento che inizia a scuotere la politica americana. Si capisce dal presidente Trump, che valuta iniziative per limitare la vendita, o da George Clooney, che donando mezzo milione di dollari per organizzare la «March for Our Lives», ha acceso le speculazioni sull’ipotesi di una candidatura alla Casa Bianca nel 2020.
Ma tenere la scena è ancora una volta Trump che riceve alla Casa Bianca studenti e genitori dopo le stragi nelle scuole Usa e ha la pensata di proporre non una diminuzione delle armi, ma più armi a scuola con insegnanti ‘sceriffo’, forse selezionati non per la didattica ma al poligono di tiro. Trump sbruffone e la Nra contraria all’aumento dell’età minima per l’acquisto di armi. Tutto come da ruoli in commedia.
Ma questa volta la ‘prepotentissima’ Nra, la National Rifle Association delle armi e Trump per loro, sanno di dover concedere qualcosa. Donald promette controlli su background e salute mentale di chi acquista fucili e pistole. Ma i manifestanti che si sono radunati ieri a Washington chiedono: “E’ ora di cambiare radicalmente, di fare la cosa giusta. Bisogna prevenire, aiutare la gente prima che arrivi al punto di fare una strage”.

Scuola Far West e prof. sceriffo
Dunque, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump considera l’ipotesi di armare gli insegnanti per evitare che si ripeta una strage come quella del giorno di San Valentino a Parkland, in Florida, in cui sono state assassinate 17 persone. «Capisco che è un’ipotesi controversa, ma siamo qui per ascoltare», dice Trump durante la ‘sessione di ascolto’ alla Casa Bianca con i ragazzi sopravvissuti, genitori di vittime, insegnanti.
Genitore al presidente, «Gli insegnanti vanno piuttosto armati di conoscenza per prevenire queste stragi, per identificare i ragazzi a rischio prima che arrivino a quel punto. Per favore – ha implorato al presidente – parliamo di prevenzione. Aiutiamo la gente prima che arrivi al punto di fare una strage».
Un padre che, con riferimento al killer 19enne, al presidente ricorda: «Se non è grande abbastanza per comprare una birra non dovrebbe essere in grado di comprare un’arma».

‘Sarò io il prossimo?’
Al grido di ‘Quanti altri ancora’?, intanto è arrivata a Washington la protesta di studenti e ragazzi, che chiedono controlli più stretti sulle armi ad una settimana dalla strage di Parkland. Circa 500 giovani si sono riuniti davanti all’edificio del Congresso, invocando il divieto di acquistare fucili d’assalto e controlli più rigidi per chiunque voglia comprare delle armi. Il loro numero si è poi ingrossato man mano che marciavano verso la Casa Bianca.
In genere l’indignazione per le stragi nelle scuole si esaurisce dopo qualche giorno, tra il dolore dei famigliari e l’immobilismo della politica. La differenza stavolta è che i ragazzi della Marjory Stoneman Douglas High School si sono ribellati, e non mollano. Chi protesta disertando le ore di lezione potrebbe però subire gravi ritorsioni. In Texas, a Houston, un preside ha avvertito che “chiunque partecipi a proteste di stampo politico sarà sospeso per tre giorni”. Divieto smaccatamente politico, ma questa è l’America.
Lo sceriffo della contea della Florida dove è avvenuta la strage, ha già dato il via all’idea di Trump, ordinando che ‘responsabili autorizzati a farlo’ comincino a dotarsi di fucili sul territorio scolastico. Arsenale in auto di pattuglia, per il momento, “fino a quando non verranno messi in uso apposite sicure e armadietti dove custodirle in sicurezza”.

L’eroe Scott Dani Pappalardo
«Il diritto di avere un’arma non vale più della vita». Sicuramente di origini italiane Scott Dani Pappalardo, che ha detto basta alle armi. Appassionato di tiro al bersaglio, fervente sostenitore del secondo emendamento e possessore di un AR-15 da 30 anni, l’uomo è diventato una vera e propria leggenda del web quando ha deciso di distruggere il proprio fucile in un video pubblicato su Facebook. “Non vorrei mai che il mio fucile uccidesse qualcuno. Il diritto di possedere un’arma non vale di più della vita umana”.
Nonostante il tatuaggio del secondo emendamento che Pappalardo sfoggia sul braccio, il video, ormai virale, lo ritrae all’opera mentre distrugge il proprio fucile automatico a colpi di motosega e si fa portavoce della campagna #Onelessgun (“Un’arma in meno”), lanciata dopo la strage in Florida per contrastare l’uso e il possesso di armi. Dopo l’uomo, molti altri hanno condiviso video e foto in cui compiono il medesimo gesto e distruggono fucili e pistole.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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