La Turchia di Erdogan condanna la libertà di stampa all’ergastolo

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***da RemoContro, 17 febbraio 2018 – Sei giornalisti condannati al carcere a vita. Succede nella Turchia guidata da Recep Tayip Erdogan, che rivendica ancora il diritto di entrare a far parte dell’Unione Europea. Un tribunale penale di Istanbul ha condannato all’ergastolo duro lo scrittore turco Mehmet Altan, suo fratello Ahmet e i giornalisti Nazli Ilicak, Fevzi Yazici, Yakup Simsek e Sukru Tugrul Ozsengul, accusati di aver tentato di ‘rimuovere l’ordine costituzionale’. Il tribunale ha ritenuto i sei legati alla rete del predicatore islamico Fetullah Gulen, che le autorità di Ankara considerano la mente del tentato colpo di Stato del 15 luglio 2016.

La giornalista Ilicak e i fratelli Altan sono stati accusati di aver incitato al golpe e di avere legami stretti con esponenti di spicco della rete di Gulen. Secondo l’accusa, due giorni prima del tentato golpe avrebbero inviato durante una trasmissione tv “messaggi subliminali” di propaganda a favore del tentativo di putsch. Le trame di Fantomas.

Lo scrittore Ahmet Altan, giornalista, ha lavorato per i quotidiani Hurriyet e Milliyet prima di fondare Taraf, un giornale che secondo le autorità turche è diventato portavoce di Gulen ed è stato chiuso lo scorso anno dalle autorità di Ankara. Il fratello Mehmet è professore universitario di economia e scrittore.

I fratelli Altan sono in carcere dal settembre del 2016. Ilicak, anch’essa nota reporter e commentatrice, ha scritto in passato per il giornale dei gulenisti, Zaman, oggi chiuso. Aveva più volte difeso la rete di Gulen, dichiarando che non si trattava di una organizzazione terroristica. Nella sua prima testimonianza dopo essere stata arrestata, avrebbe invece ammesso di aver “compreso” che lo era.

Tutti i condannati sono già in carcere da oltre un anno. Il mese scorso, due diversi tribunali locali di Istanbul si erano rifiutati di dare seguito a una decisione della Corte costituzionale turca, che aveva ordinato il rilascio di Mehmet Altan insieme a un altro giornalista veterano, Sahin Alpay, anch’egli accusato di sostegno a Gulen. Il braccio di ferro giudiziario aveva suscitato nuove polemiche sulle garanzie dello stato di diritto in Turchia.

Oggi, per tentare di ammortizzare il gesto, le autorità di Ankara hanno scarcerato un altro giornalista, Deniz Yucel, corrispondente del quotidiano tedesco Die Welt, incarcerato un anno fa con l’accusa di terrorismo, ma per il quale non era stato ancora formalizzato un rinvio a giudizio. Il cronista, 44 anni, era stato arrestato a Istanbul nel febbraio 2017 per sospetti reati legati al terrorismo.

Il suo caso aveva provocato forti tensioni tra Ankara e Berlino. Giovedì il primo ministro turco, Binali Yildirim, aveva incontrato la cancelliera tedesca, Angela Merkel, a Berlino e i due avevano affrontato il caso. Il premier aveva auspicato di “normalizzare le relazioni” bilaterali e spiegato in un’intervista rilasciata prima del colloquio di “sperare” che Yucel fosse rilasciato presto e aspettarsi “sviluppi a breve”.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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