Brasile. O Carneval contro il governo

Anche il carnevale brasiliano contro flessibilizzazione e lavoro precario (nandocan)
***di Livio Zanotti, 13 febbraio 2018 – Specchio dell’umore popolare, il carnevale brasiliano lo è sempre stato. E non mancava certo l’irriverenza verso il potere. Il suo sincretismo declinava però soprattutto religione e magia, desideri di favelas con sfoggi e sfavillii da quartieri alti, favola e realtà. Il carattere sovversivo del carnevale risale alle sue antichissime origini nell’Oriente mesopotamico. Tuttavia i samba, colonna sonora dei cortei mascherati che a ogni febbraio scendono dalle colline coperte di lamiere e mattoni fin giù per la città asfaltata, con luci e marciapiedi, cantavano l’allegria e la tristezza, l’amore e il tradimento, non la questione sociale. Era l’innata dolcezza del carattere brasiliano in vacanza dalle sofferenze della vita quotidiana!

Quest’anno, alto come un altro dei grattacieli di San Paolo, un carro mostra draghi fiammeggianti che sembrano divorare ballerini in tuta operaia, mentre nessuno li difende come la leggenda medievale racconta che abbia invece fatto San Giorgio con i popolani del suo tempo. Se a qualcuno sfuggisse il riferimento alla cosiddetta flessibilizzazione del lavoro compiuta dall’attuale governo del presidente Michel Temer, i ballerini invocano come in una giaculatoria il “sacro-santo Lavoro”. E denunce dell’inflazione, della corruzione che investe Presidente e ministri riecheggiano ancor più corrosive in migliaia delle feste di strada (400 solo a Rio) che percorrono il Brasile intero, dal Nordeste al Paranà.

A Rio, l’immagine del governo, sia nazionale sia locale, non era mai entrata tanto malridotta sulle piste del Sambodromo, affollatissimo ma solo nei posti meno costosi. Un gigantesco vampiro assetato e lordo di sangue umano, ha il volto del presidente Temer. Avvertito per tempo e timoroso di fare la medesima fine, il sindaco Marcelo Crivella, un politico proveniente dalla destra evangelica, della cui chiesa è stato in passato anche vescovo officiante, ha disertato l’apertura del Carnevale e tagliato i fondi municipali che concorrono a finanziarlo. E’ peggio che se il sindaco di Milano non si facesse vedere all’inaugurazione della Fiera. Quella del travestimento carioca, è la più famosa, richiama per due settimane masse di turisti da ogni continente e costituisce un affare valutato un miliardo di euro.

La escola da Mangueira, di straordinario prestigio, ha risposto scegliendo di tornare all’antico e al risparmio, rinunciando alle costose tecnologie che negli ultimi tempi hanno trasformato in uno spettacolo hollywoodiano la festa più popolare del Brasile. “E’ giunta l’ora di cambiare/ Alta la bandiera del Samba/ Illuminiamo le coscienze…”, recita il refrain delle note che accompagnano e identificano la sfilata dei suoi carri. E’una scelta culturale e una rivendicazione d’identità non solitarie. Altrettanto, più o meno, hanno fatto le non meno famose Beija Flor e Portela, questa ultima vincitrice della scorsa edizione. Entrambe caricando di messaggi drammatici contro la xenofobia, le nuove schiavitù, le violenze a donne e bambini, le acrobazie da Cirque du Soleil e gli sgargianti piumaggi dei loro stupendi corpi da ballo.

“Mostro è colui che nega l’amore, che abbandona i propri figli…”, cantano allo Stato-Frankstein che compie 200 anni. I neri che disperati si dibattono vanamente per liberarsi dalle catene dei loro bisogni, mimano gli ebrei olandesi cacciati nel 1600 dal Pernambuco. Ma alludono a tutti i migranti di oggi, ai quali il governo vuole adesso chiudere le porte del gigantesco paese sudamericano: haitiani, venezuelani, angolani, siriani, iracheni. Sono i malanni dell’attuale Brasile, e non solo suoi. Né a metterli in musica è esclusivamente il samba, che pure domina e non potrebbe essere diversamente la rassegna musicale. Anche Rock, Pop, Funk trovano posto nello spartito di queste sfilate che non rinunciano a esibire le pelli tirate a lucido delle sue affascinanti mulatte, al bacio saffico, all’esaltazione dei corpi. Ma la cui anima si esprime oggi essenzialmente nello spirito di protesta dei comitati di quartiere, nuovi custodi del Carnevale brasiliano.

Ildiavolononmuoremai.it

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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