A sauditi e israeliani costa di più essere amici che nemici

O forse no? La diplomazia mediorientale, quella araba soprattutto, ci ha abituato da tempo ad un uso molto spregiudicato del principio di non contraddizione (nandocan)

***da RemoContro, 3 gennaio 2018 – «Saudi Arabia and Israel share a common enemy, Iran, and a common friend, the Trump administration in Washington».

Lo scrive Yaroslav Trofimov, da Riyad. Ma, nonostante crescenti prove di cooperazione informale, nessun aperto riavvicinamento – un obiettivo della Casa Bianca di Trump – perché entrambi hanno poco da guadagnare, e troppo da perdere da una tale svolta. Per l’attuale governo israeliano, i benefici di rapporti ufficiali con l’Arabia Saudita non valgono le concessioni ai palestinesi che Riyadh si aspetta da Israele in cambio.  Per Riyadh, il prezzo di una rinuncia alla causa palestinese troppo alto rispetto a quello che l’assistenza alla sicurezza di parte israeliana potrebbe fornire.
Problemi incrociati e contrapposti, diventati insuperabili dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte di Trump. Proteste emotive in tutto il mondo musulmano, nuovo sostegno ai palestinesi e un raro rimprovero da parte di Riyadh.
Le ambizioni dell’Arabia Saudita di guidare l’intero mondo musulmano, o almeno un’alleanza sunnita contro l’Iran, sono legati al suo controllo dei due luoghi più sacri dell’Islam, a La Mecca e Medina. Come portabandiera della fede, il regno saudita non può permettersi di essere visto ammiccare in Israele in un momento in cui si riaccendono le passioni sul futuro di Gerusalemme e del terzo santuario più sacro dell’Islam, la moschea di Al Aqsa. Contro l’offesa di Trump ha gridato l’Iran. Il presidente della Turchia Erdogan, che cerca di sfidare la preminenza dell’Arabia Saudita nel mondo musulmano, è stato altrettanto duro. In questo ambiente -considera il Wall Street Journal- qualsiasi apertura saudita a Israele è pronta per essere sfruttata dai rivali, sino ad arrivare al boicottaggio del hajj, il pellegrinaggio a La Mecca. , un alto funzionario saudita ammonito.
Furberia mediorientale citata da WSJ: “E se hai bisogno di Israele in qualsiasi cosa, puoi farlo comunque, senza avere avere una relazione formale”. Vecchia storia. In effetti, Israele e l’Arabia Saudita hanno già collaborato discretamente molte volte condividendo intelligence e coordinando azioni di lobbying e attività militari per ridurre l’influenza dell’Iran nel Mar Rosso.Il lungo reportage-analisi di Yaroslav Trofimov alla fine, deve fare i conti, in lettura saudita, con la politica dell’attuale governo dell’ultra destra religiosa israeliana.
La posizione ufficiale saudita rimane quella che Israele deve accettare l’niziativa di pace della Lega Araba, proposta nel 2002 dall’allora Re saudita. La normalizzazione delle relazioni tra stati arabi e Israele in cambio del ritiro israeliano dai territori palestinesi occupati nel 1967, costituzione di uno stato palestinese con  Gerusalemme est come capitale, e una soluzione al problema dei rifugiati palestinesi. Fantascienza rispetto alla coppia NetanyahuTrump.
Joshua Teitelbaum, professore di studi strategici dell’Università israeliana di Bar-Ilan: «Israele non farà concessioni sul terreno, né eventuali concessioni che abbiano a che fare con la sicurezza, per il bene delle relazioni diplomatiche con l’Arabia Saudita».

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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