“Civili” in Parlamento

Forse Marnetto non ha tutti i torti, in base alle passate esperienze. Ma non credo che scoraggiare la presenza nelle Istituzioni  di personalità (e relative competenze) tratte dalla “società civile” sia una buona idea. Dare per scontata la “casta” e irrimediabile l’assenza di democrazia interna ai partiti, anziché insistere per rinnovarli, non aiuterà a “cambiare le cose” più di quanto è avvenuto sino ad oggi. E poi nel recinto dei “peones” non ci sono soltanto i “civili”. E la partecipazione di chi considera la politica come servizio prima che come professione, con un appoggio più convinto dei cittadini, potrebbe aiutare a ridurre il potere delle oligarchie (nandocan) 

***di Massimo Marnetto, 28 gennaio 2018 – Prima c’è la lusinga, poi il disincanto, infine il pentimento.

E’ quello che succede a chi ha un lavoro che svolge con passione nella “società civile” e si trova a diventare parlamentare. Inizia dicendo che vuole “mettere a disposizione la propria esperienza per cambiare le cose”, ma scopre presto che il partito l’ha chiamato solo per colmare un deficit di credibilità. E presto lo relegherà nel recinto dei peones, a cui si chiede obbedienza e un dito per schiacciare il bottone giusto nelle votazioni.
In compenso, avrà stipendio rimborsi sostanziosi, assicurazioni medico-dentistiche, crediti agevolati, auto blu, segretario, viaggi gratis, insomma tutto l’armamentario bulimico che fa casta, ma con ricorrenti tempi morti in aula, che bruciano se pensa come avrebbe potuto farli fruttare nel suo precedente lavoro. Il “civile” poi ha la maggiore delusione quando scopre che tutte le sue proposte “per cambiare le cose” sono regolarmente accantonate con una pacca sulla spalla del capogruppo, mentre dispensa il solito “bravo, ma non ora ché già siamo pieni di casini”.
Chi ha passione civile è bene che faccia politica fuori dai partiti. Si può fare e ce n’è un gran bisogno per ampliare un’opinione pubblica ancora minoritaria e silente nel Paese. L’ho imparato a mie spese: il tempo in cui mi sono sentito inutile in politica corrisponde proprio ai pochi anni in cui sono stato iscritto nel PD “per cambiare le cose”.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

One thought on ““Civili” in Parlamento

  1. Fernando,
    considero un giudizio avventato nonché pericoloso, delegittimare ulteriormente il partito politico.
    La sua crisi profonda è sotto gli occhi di tutti. Affidato ormai ad un leader solitario e senza seguito, e di fronte al ritorno – tragico – delle piccole patrie chiuse di territorio, lingua, sangue e…razza (!) non giocarsi tutte le risorse disponibili per una sua
    ri-legittimazione e un suo urgente rilancio, è solo un bendarsi gli occhi di fronte alle sfide che attendono la democrazia politica.
    Se poi qualcuno vuole spiegare la differenza sostanziale tra società civile (sempre giusta), società politica (che ammesso che si sappia cos’è, è comunque sempre ingiusta ) , stato ( sempre isolato e collocato su un monte ) e partito politico ( sempre nelle mani di oligarchie in lotta) , io gli sono grato. Non è per caso il partito politico un pezzo importante e rappresentativo della società civile, dal momento che la società politica è solo una fittizia e
    teorica contrapposizione lessicale?

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