L’equivoco Renzi

Roma, 27 gennaio 2018  – “Notte tra urla e pianti in cui si è sfiorata la scissione: nasce il PdR di Renzi”. Questo, stamani, il titolo de La Stampa. In fondo non mi dispiace che l’equivoco di Matteo Renzi leader di sinistra, equivoco in cui non sono mai caduto fin dagli inizi della sua resistibile ascesa (cfr Dossier Renzi), si vada dissipando anche per i più moderati commentatori.  “Posti sicuri soltanto ai fedelissimi” (Repubblica). “Spazio ai fedelissimi (scommettendo sulle larghe intese”(Corsera). “Renzi impone i suoi nelle liste Pd” (Il Fatto Quotidiano). C’è chi soltanto oggi si arrende all’evidenza. In realtà l’obbiettivo principale dell’ex sindaco di Firenze, ex premier, segretario del Pd  è stato fin dagli inizi quello di rottamare la sinistra all’interno del suo partito.

Ci è riuscito sfruttando abilmente il consenso del ceto medio cattolico moderato, le simpatie dei “poteri forti” e di gran parte del sistema mediatico, ma soprattutto le primarie “aperte” imposte agli iscritti, che, al modico prezzo di due euro + un’autodichiarazione, permettevano anche ad elettori di centrodestra di facilitargli la scalata al potere. Poi, con l’aiuto di uno statuto verticistico e ultramaggioritario introdotto da Veltroni, ha gradualmente ma inesorabilmente operato una trasfusione di sangue a tutto il partito. E mentre scappavano, senza destare preoccupazione, iscritti ed elettori delusi da una politica ostile ai sindacati e molto apprezzata da Confindustria, Matteo cercava di compensare le perdite con i simpatizzanti di Alfano, di Verdini e di Berlusconi, sperando di sostituire questi ultimi nel consenso elettorale.  

L’esito del referendum sulla “deforma” costituzionale e una serie di sconfitte alle parziali amministrative ha fatto capire che non sarebbe andata così.  E che volendo rottamare la sinistra, Renzi avrebbe finito col rottamare l’intero Pd, magari illudendosi di sostituirlo, sull’esempio francese di Macron, con un partito personale. Lo ha fatto capire a tutti meno che alla minoranza interna che, con le eccezioni di Civati e Fassina e dei rispettivi sostenitori , ha resistito fino all’estremo nella speranza di indurre Renzi a modificare, almeno in parte, la linea del partito e la politica di governo. Di convincerlo insomma ad abbandonare un ostinato atteggiamento di irrisione e di chiusura nei loro confronti. La scissione di Articolo 1 MdP è arrivata. Purtroppo in ritardo per riuscire a recuperare, prima delle prossime elezioni politiche, la fiducia dei milioni di lavoratori che votavano un tempo a sinistra. Sappiamo che molti di loro continuano a riporre fiducia nelle promesse dei Cinque Stelle. Personalmente non credo che prima del 5 marzo sarà possibile cambiare idea per chi, come me, giudica incerto e inadeguato  il loro contributo dato in questi anni alle istituzioni.

“Liberi/e e Uguali” è, per il programma (che allego) e la serietà dei suoi candidati, la sola formazione che può offrire una speranza di riscatto a chi intende ancora lottare per un superamento delle gravi disuguaglianze cresciute con le politiche di questi anni.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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