Questione israelo palestinese, baratro Europa Stati Uniti

Ma la domanda, caro Ennio, è questa: si può davvero parlare di “baratro” nei rapporti tra Europa e Stati Uniti finché resta lo status quo (peggio, la colonizzazione prosegue) e l’Unione Europea non riconosce la Palestina come Stato né pare disposta a realizzare neppure quel riconoscimento simbolico con una forma di associazione che pare abbia proposto la Francia? Davvero ci basta la proroga all’anno prossimo del riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele? Quando la Presidenza USA, dietro la finta proposta di negoziati imposti con “la spada di Brenno”, si pone a fianco delle lobbies ebraiche e del fondamentalismo evangelico? Lasceremo  che siano solo i più illustri intellettuali israeliani ad opporsi a chi brandisce abusivamente la bibbia per difendere l’arroganza dei coloni e la prospettiva sempre più concreta di un’annessione di fatto dei territori occupati? (nandocan)

***da Remocontro, 23 gennaio 2018 – Bruxelles. Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmoud Abbas, noto a tutti come Abu Mazen, a Bruxelles, incontra i ministri degli Esteri dei Paesi Ue.
Federica Mogherini, rappresentante per la politica estera dell’Ue, nel ricevere a Bruxelles Abu Mazen: «Noi europei, il mondo arabo e l’Onu continuiamo a credere che una soluzione pragmatica per Gerusalemme debba essere presa attraverso negoziati diretti. Crediamo anche che questa debba essere la capitale dei due Stati di Israele e Palestina. Per questo l’Ue continuerà a supportare il lavoro per un quadro internazionale che sostenga il riavvio dei negoziati».

Ed Abu Mazen ai Paesi Ue: «Facciamo appello all’Unione europea perché riconosca rapidamente lo Stato di Palestina», «Non c’è contraddizione tra il suo riconoscimento e la ripresa dei negoziati per il processo di pace», «Il riconoscimento dello Stato di Palestina incoraggerebbe i palestinesi aiutandoli ad avere speranza nella pace, dopo che questa mediorientale è stata una delle più protratte crisi al mondo». Poi l’Ue con Israele e Onu. «Le centinaia di risoluzioni dell’Onu e del Consiglio di sicurezza su questo tema”, di cui “chiediamo un’adeguata attuazione” perché “non possiamo immaginare che restino solo pezzi di carta nell’archivio dell’Onu».

Gerusalemme
Più o meno alla stessa ora in cui a Bruxelles Abu Mazen si rivolgeva ai ministri degli Esteri europei, a Gerusalemme il vicepresidente Usa Mike Pence. «E’ un grande onore essere a Gerusalemme capitale di Israele. L’ambasciata Usa aprirà a Gerusalemme entro la fine dell’anno prossimo». Dopo l’incontro con il premier israeliano, il vicepresidente americano è intervenuto alla Knesset, il Parlamento israeliano. «Noi stiamo con Israele perché la vostra battaglia è la nostra battaglia», scandisce il vicepresidente Usa, promettendo: «Tornerete ad avere la terra dei vostri padri». E l’Aula si trasforma in un “ring”. I deputati arabo-israeliani della Knesset, interrompono l’intervento di Pence.

Poi Pence, ex cattolico convertito alla fede evangelica, rilegge la Bibbia. A modo suo. «Ritornerete alla terra che vi è stata data dai vostri padri, dopo un esilio di più di 2.000 anni». Il discorso ‘messianico’ del vice presidente americano alla Knesset è ‘un regalo fatto agli estremisti’, denunciano i politici palestinesi. Evidente il sostegno senza limiti dell’amministrazione Trump al governo più oltranzista che Israele abbia mai avuto nella sua storia. Peggio, ‘Pence ha affermato che stare con Israele è una ‘scelta di fede’ spingendosi dove nessun presidente o vice americano, Repubblicano o Democratico -osserva De Giovannangeli sull’HuffPost- si era mai spinto’.

Scelte di fede che sono in quanto tali ‘non negoziabili’. E su queste basi parlare di dialogo, di riconoscimento delle ragioni e dell’identità dell’altro da sé, diventa beffa.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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