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Paradisi & inferni

La povertà è una patologia della convivenza. E’ il luogo dove il bisogno non diventa diritto, perché il preter-capitale ha la forza per non essere redistribuito.

Tutti concetti ormai acquisiti dalle moderne democrazie, ma ampiamente traditi. Tutti valori professati da antiche religioni, ma ormai svuotati. A confermarlo – dati alla mano – è l’ultimo rapporto sulla povertà pubblicato da Oxfam, che la grande organizzazione non governativa esporrà a Davos, nel raduno mondiale dei grandi attori economici e politici globali.

Solo per restare in Italia, la diseguaglianza è enorme: il 20 per cento dei più ricchi è arrivato a detenere quasi il 70 per cento della ricchezza. Eppure, le tasse – l’antibiotico contro il morbo della povertà – sono viste come un furto, gli evasori ammirati e i partiti fanno a gara a chi ne abolisce di più, senza mai nominare il recupero dell’evasione. Non solo, ma sono anni che si tenta di imporre una piccola tassa alla speculazione finanziaria – l’attività responsabile della forme più veloci di concentrazione della ricchezza senza lavoro – ma i miliardari riescono sempre a condizionare i politici e a far rimandare ogni decisione definitiva. Anche se si procede lentamente verso questo obiettivo, grazie alla tenacia degli attivisti organizzati in tutto il mondo per la Tassa sulle Transazioni Finanziarie.

La povertà non è un solo un problema etico, ma politico. Perché oltre un certo limite erode la democrazia. Iniziando dalla rappresentanza. Chi vede continuamente ignorati i propri bisogni primari (lavoro, casa, salute, genitorialità, incolumità, ecc) difficilmente vota. Ha altro per la testa. E gli alti indici di astensionismo hanno anche questa causa, che non significa assenza di grandi masse dal dibattito politico, ma la loro disponibilità a proposte estreme.

Se vogliamo uscire da questa prospettiva, ci vuole qualcuno che abbia i coraggio di dire che pagare tasse progressive è l’unico modo per rispettare i bisogni-diritti e debellare la mortifera concentrazione di ricchezza. Dove i pochi miliardari sono al riparo dei paradisi fiscali e la moltitudine di poveri soffre ogni giorno negli inferni globali.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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