I sacchetti del supermercato (giornalistico)

Roma, 5 gennaio 2018 – Della “tassa” sui sacchetti bio a due centesimi l’uno si è scritto anche troppo, tanto che si dovrebbe riflettere piuttosto sul polverone mediatico che può nascere oggi, specie in campagna elettorale, da una notizia non falsa ma falsata come quella. Perché dalle false notizie alle false polemiche il passo è breve. Tanto più breve quando – come spiega oggi Marco Belpoliti sulla Repubblica – manca un’autorità di prestigio in grado di distinguere chiaramente il vero dal falso, inquadrando criticamente il fatto nel suo contesto. Accade allora che la sfiducia reciproca generata da un malcontento diffuso nella società trovi nel sistema mediatico come in quello politico chi è interessato a sfruttare qualunque occasione a proprio vantaggio. E’ vero che le vittime di tale sfruttamento si producono più facilmente nei social network, dove, come osserva Belpoliti,  “tutto equivale a tutto” e “le notizie false scacciano le vere perché più allettanti e divertenti” o “perché danno sfogo al risentimento personale e collettivo”. Ma a maggior ragione il giornalismo professionale sarebbe chiamato a compiere fino in fondo il proprio dovere, che è quello di dare un’informazione possibilmente obbiettiva e corretta. Se ciò non avviene non è solo perché difettino giornalisti con la schiena dritta, ma perché   ancora oggi l’informazione viene trattata come una merce qualsiasi e come tale premiata o emarginata dal mercato. Ecco perché alle reazioni frettolose e ai pregiudizi diffusi nei social network, dove ognuno appare convinto di avere la verità in tasca, non si può dire che corrisponda oggi un’informazione equilibrata su giornali e tv che provi almeno a rimettere la verità al proprio posto. Con l’informazione trattata come merce, l’offerta si adegua alla domanda di chi cerca una conferma al suo punto di vista e trova noioso addentrarsi nella complessità del reale. E non solo si adegua, ma editori e cronisti fanno a gara per soddisfarla. Sono considerazioni, queste, che i migliori giornalisti fanno da tempo, ma a chi coerentemente pone, almeno per materie sensibili come questa,  il problema tutto morale e politico dei limiti alla libertà di mercato, a chi da anni si batte per uno statuto dell’impresa giornalistica, editori e politici si voltano dall’altra parte.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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