Yemen, guerra per procura all’ Iran

Ogni volta che da sinistra, quella vera intendiamoci, si tenta di chiede al governo un chiarimento sulla esportazione (illegale) di armi prodotte in Italia e destinate inequivocabilmente al bombardamento di civili innocenti si ottengono risposte evasive. Giorni fa un’inchiesta ben documentata è apparsa sulla prima pagina del New York Times, titolo “Bombe italiane, morti Yemeniti”, con rivelazioni sul viaggio di ordigni MK-80 dagli stabilimenti della RWM di Domusnovas, in Sardegna, a Ta’if e Jeddah in Arabia Saudita (per 440 milioni di euro solo nel 2016). Le solite “fonti della Farnesina” si sono per l’ennesima volta limitate a commentare che “l’Italia osserva in maniera scrupolosa il diritto nazionale ed internazionale in materia di esportazione di armamenti”. Orecchi da mercante anche da parte del ministero della Difesa. Ma ci sarà qualcuno, in questa campagna elettorale, che avrà il coraggio non solo di prendere le distanze da un commercio immorale ma anche qualche impegno concreto al riguardo? Ciò che significa semplicemente negare l’autorizzazione governativa prevista dalla legge almeno quando si sa di correre il rischio che armi ed esplosivi venduti direttamente o indirettamente dall’Italia facciano strage di civili. E smetterla una buona volta di giustificarsi, più o meno scopertamente, con la necessità di continuare a difendere l’occupazione nelle fabbriche d’armi (nandocan)

***da RemoContro, 3 gennaio 2018 – Due anni, 9 mesi, e due settimane dalla prima bomba saudita sganciata sullo Yemen, e il calcolo esatto è di Chiara Cruciati su il Manifesto. Che ci ricorda come quella in corso nel paese più povero del Golfo sia un’aggressione contro una popolazione civile a cui prende parte mezzo mondo. Sempre con i numeri.
La maggior parte dei morti, 13.600 secondo i dati più recenti, di cui 5mila bambini, dei tre milioni di sfollati, dei 40mila feriti e della devastazione di infrastrutture vitali va imputata alla coalizione sunnita a guida saudita che -appelli umanitari a parte- è sostenuta militarmente e politicamente sia dal resto del Golfo che dall’Occidente.

E adesso, con ciò che accade in Iran, possiamo dirlo apertamente, lo Yemen è campo di battaglia della guerra all’Iran, guerra per procura figlia di interessi vari: business militare, destabilizzazione continua e strutturale del Medio Oriente, ‘vendetta’ per le vittorie belliche e diplomatiche di Teheran in Siria.
Ma a pagare il prezzo assoluto della vita sono i civili yemeniti, vittime sacrificali della guerra permanente. Bombe saudite e anche Usa contro al Qaeda, senza mirare troppo. La denuncia delle Nazioni Unite che, per bocca del responsabile delle operazioni umanitarie McGoldrick, hanno parlato di «guerra assurda e futile», dopo l’uccisione di quasi 70 civili in un solo giorno di bombardamenti aerei.

790 milioni di dollari dalla Ue ai Saud nel 2016

Tra caricatura e beffa. Gli appelli del parlamento europeo a non vendere armi ai Paesi coinvolti in quella macelleria. Poi, conti alla mano scopri la beffa. Il business continentale seppellisce i «valori» europei. In testa c’è Londra. Seguono Parigi, Berlino e Roma che triplica rispetto al 2014. E poi l’est Europa. L’Europa è oggi, accanto agli Stati uniti, la prima esportatrice di armi nel mondo. Impossibili competere con i contratti siglati dal presidente Trump per 110 miliardi di armi a Riyadh subito, 350 nel prossimo decennio.
Le potenze europee comunque si ‘battono’. Dal 2012 ad oggi i paesi Ue hanno moltiplicato il business militare verso l’Arabia saudita, che da tre anni è il secondo importatore di armi al mondo dopo l’India, +212% tra il 2012 e il 2016 rispetto ai cinque anni precedenti.

In cima la Gran Bretagna con 1,24 miliardi di dollari in armi ai sauditi nei primi sei mesi del 2017, sei miliardi dal 2015 e 3,8 nel 2014, quando scoppiò la guerra yemenita. Segue la Francia con 10,8 miliardi di dollari tra il 2010 e il 2016. Insegue la Germania che ha appena approvato l’invio di armi per 150 milioni di euro all’Arabia saudita, +41 milioni rispetto al 2016. Al quarto posto l’Italia: nel 2016, 14,6 miliardi di euro di licenze totali, di cui 427,5 milioni alla monarchia Saud. A seguire, Croazia, Svezia, Belgio, Slovacchia, Repubblica Ceca e Spagna.
L’Arabia saudita ha importato dall’Europa un totale di 790,4 milioni di dollari in armi solo nel 2016 e dal 2012 ne ha acquistate il 144% in più rispetto al quinquennio 2007-2011. Senza contare quelle arrivate da Cina, Russia e Usa, tra i sei principali venditori a Riyadh.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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