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500 soldati per aiutare i migranti “a casa loro”

Dalla newsletter di Raniero La Valle, un commento giustamente severo all’invio di un contingente italiano nel Niger per fermare il flusso dei profughi, in attesa naturalmente di aiutare i migranti “a casa loro” (nandocan)

*** da Raniero La Valle, 15 dicembre 2017 – Si fa sempre più profondo l’abisso fra ciò che sarebbe necessario fare per salvare l’umanità in pericolo e ciò che la politica riesce a concepire e a fare. Ciò che bisognerebbe fare è descritto nella relazione di Luigi Ferrajoli all’assemblea del 2 dicembre, “Per una civiltà senza genocidio”, che pubblichiamo ora sul sito “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri”; e le ragioni teologiche (non lontane però da quelle della “ragione laica”) si trovano nella relazione di Pino Ruggieri, “Ma adesso è l’ora di manifestare la forza del Vangelo” che ugualmente pubblichiamo ora sul sito.
Ciò che invece si fa è ben rappresentato dall’ultima decisione del governo italiano, che è quella di mandare un piccolo esercito di 500 soldati e 150 mezzi nel cuore dell’Africa, in Niger, per controllare la via del deserto attraverso cui colonne di profughi e migranti raggiungono la Libia e, se non uccisi o imprigionati nei campi, prendono il mare trafficato dagli scafisti e, se sopravvivono agli abbandoni e ai naufragi, giungono sulle coste di Lampedusa e della Sicilia.

Qui è un caso da manuale del preteso dissolversi della distinzione tra destra e sinistra, perché fu presentato come uno slogan di sinistra quello del governo, fatto proprio sia dalla destra che dalla sinistra, di “aiutare i migranti e i profughi a casa loro”. Certo, poteva essere “di sinistra”: un piano Marshall? Elevare al 10 per cento dei PIL ricchi l’aiuto allo sviluppo dei Paesi poveri? Realizzare nel quadro e ad opera delle Nazioni Unite patti di pace e riconciliazione in tutti i teatri di guerra, dalla Palestina alla Siria al Sahel? Distruggere le armi degli omicidi quotidiani e dei genocidi minacciati o già in atto? Se si fosse trattato di questo certo tutti avrebbero potuto restarsene in pace nella terra delle loro culle e delle loro tombe. Invece questa cosa di sinistra diventa quella cosa vecchia e cieca delle fortezze assediate, delle colonie, degli Imperi, o della Compagnia delle Indie: mandiamo i soldati, facciamo una sortita contro gli assedianti, uccidiamo gli invasori prima che si avvicinino ai confini, facciamo la repressione a casa loro.

Questa cosa vecchia di destra è diventata la cosa nuova (di destra) nel Nuovo Modello di Difesa Italiano, che nel 1991 sostituì l’idea di difesa del territorio nazionale sulla soglia di Gorizia, contro i cosacchi incombenti dall’Est, con l’idea di “Difesa avanzata” oltremare, dovunque gli interessi anche economici e produttivi del Paese fossero in gioco. Fu così liquidato l’art. 11 della Costituzione, la guerra tornò ad essere una modalità della politica estera dell’Italia, e ora addirittura si torna all’impresa giolittiana per sostituirsi al sultano in Libia, come quando la “grande proletaria” si mosse per mettere i suoi avamposti in Africa; niente di eroico, per carità, si tratta di far finta di combattere l’Isis africana, e fermare i flussi dei profughi, cioè chiudere quelle che, negli incendi, sono indicate come le vie di fuga, e perciò devono essere sgombre.

Ha scritto giustamente il direttore dell'”Avvenire” Tarquinio, “si annuncia il perfezionamento della caccia a profughi e migranti irregolari. Cioè praticamente tutti. Come stupirsene del resto? La ‘caccia’ è parte inevitabile dell’operazione saracinesca (ovvero di esternalizzazione dei confini d’Europa) che è stata immaginata e pianificata nelle terre chiamate Sahel e che a tutt’oggi rappresenta tristemente la porzione davvero operativa della cooperazione rafforzata euroafricana. Lo sviluppo può attendere, non il blocco contro gli scomodi attraversatori del mare di sabbia”. Si tratta, ancora, di “raddoppiare la barriera costruita nel Mediterraneo per sigillare le violenze e le sopraffazioni dei rinchiusi nei piccoli e grandi lager libici, documentate dalla stampa internazionale”.
Di questo ritorno in Africa, tuttavia, nemmeno la notizia sembra affiorare nella grande comunicazione mediatica, dopo l’annuncio datone da Gentiloni al vertice di Parigi del 13 dicembre.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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