Gerusalemme effetto Trump, primo morto palestinese

Un palestinese ucciso da soldati israeliani a Gaza, 217 feriti in Cisgiordania. Si appesantisce il bilancio degli scontri che dilagano in tutti i territori occupati. Hamas chiama all’Intifada, la rivolta di popolo. Isolamento Usa sul fronte occidentale e tensioni crescenti in tutto il mondo arabo. Da che parte stanno i Sauditi? si chiedeva l’altro ieri Alberto Tarozzi. A me pare che la solidarietà dei leaders arabi con i palestinesi sia da molto tempo solo una concessione di facciata alle popolazioni e che l’alleanza degli Stati Uniti con l’Arabia saudita abbia definitivamente avuto la meglio sulle speranze di pace. Come scrive Lucio Caracciolo sulla Repubblica di oggi, basta dare un’occhiata alle mappe per rendersi conto che la moltiplicazione degli insediamenti israeliani nei territori occupati rende quasi impossibile immaginare uno Stato palestinese sui medesimi. E ora, con l’annuncio del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, il governo degli Stati Uniti non avverte più nemmeno il bisogno di nascondersi dietro la maschera del mediatore imparziale. Del resto, la rottura del patto con l’Iran, nemico principale di Israele come dei Sauditi, era già una premessa degli sviluppi drammatici di queste giornate. Di fronte al pericolo di un riacutizzarsi del conflitto mediorientale che coinvolga direttamente o indirettamente le grandi potenze, la sola buona notizia è la presa di distanza da parte dell’Unione Europea con la dichiarazione preoccupata del capo della diplomazia, Federica Mogherini. Alla quale, mi auguro, dovrà seguire al più presto una chiara presa di posizione collegiale da parte dei governi (nandocan).

***di Ennio Remondino, 8 dicembre 2017 – C’è il primo morto nelle scontate proteste dopo la decisione degli Usa di riconoscere Gerusalemme capitale unica di Israele. Mahmoud al-Masri, 30 anni, ucciso a est di Khan Younis nel corso delle proteste da parte delle forze armate Israeliane. Il ministero, secondo la stessa fonte, ha detto che sono stati trattati 250 feriti dai medici. Di essi 162 sono stati intossicati da gas lacrimogeni, 45 contusi da proiettili rivestiti di gomma, sette colpiti da colpi di arma da fuoco e altri tre feriti in maniera diversa. A Gaza, a quanto risulta, i feriti sono una quindicina. Gli scontri diffusi in tutta la Cisgiodania, territori occupato e alle barriere della striscia di Gaza.

Dalla Striscia il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha chiamato alla terza Intifada contro l’occupazione. «Il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele è una dichiarazione di guerra nei nostri confronti». Parole riecheggiate dai canali dell’Isis e di al Qaida, che hanno minacciato di attaccare le ambasciate americane e israeliane. Mentre dal Libano il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha annunciato una manifestazione popolare per lunedì a Beirut. Nella serata di ieri due razzi lanciati dalla Striscia verso il sud di Israele, ma caduti all’interno dell’enclave palestinese. La risposta di Israele, con colpi di tank e un’incursione aerea che hanno bersagliato due postazioni di Hamas nella parte centrale di Gaza.

Tillerson, il segretario di Stato Usa, escluso dalla decisione di Trump, cerca di gettare acqua sul fuoco, arrampicandosi sugli specchi: «Ci vorranno almeno due anni per trasferire l’ambasciata Usa a Gerusalemme», e da qui ad allora -non detto- chi sa se Trump…. Tillerson, a Parigi per la conferenza sul Libano è stato il primo esponente dell’amministrazione Usa a dover assaggiare l’isolamento politico diplomatico Usa ormai diffuso tra gli stessi alleati Nato. Con un rovesciamento di fronte, 180 gradi, rispetto al suo Presidente: «Lo status finale di Gerusalemme sarà definito nei negoziati tra israeliani e palestinesi». In attesa che l’amministrazione Trump si metta d’accordo in casa, il mondo si arrabbia.

Serghiei Lavrov, ministro degli esteri del Cremlino: «La decisione di Trump ha complicato gli stessi piani americani di normalizzare i rapporti col mondo arabo»; la classica zappa sui piedi detta il linguaggio ministeriale. Ancora Lavrov, intervenendo a Vienna, lezione di diplomazia gratis ad un allievo testone: «Prima normalizziamo i rapporti tra Washington e il mondo arabo e, quando questo sarà avvenuto, la questione palestinese si risolverà da sola. Ora con la dichiarazione di trasferire l’ambasciata a Gerusalemme, la Casa Bianca ha bruscamente complicato il piano di normalizzare prima i rapporti col mondo arabo e poi risolvere il problema palestinese». Insomma, Russiagate vero a falso in casa americana, alla Casa Bianca non ne azzeccate proprio una.

Fionde contro l’esercito
A Betlemme stamane il giornalista Rai Piero Marrazzo è stato colpito più volte da sassi mentre si preparava alla diretta tv con Roma. Il casco anti sassate oltre il giubbotto antiproiettile, poi una camionetta israeliana che ha sparato lacrimogeni disperdendo i manifestanti. Protesta palestinese montante e mondo arabo in subbuglio, e Trump si vanta via Twitter. «Ho mantenuto la mia promessa elettorale, gli altri non lo hanno fatto». Il tweet è accompagnato da un video in cui compaiono gli ex presidenti Usa, Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama, e infine Trump, dove tutti affermano che Gerusalemme è la capitale di Israele.

Decisamente precario, azzardo di sicurezza e rischio di benzina sul fuoco, l’incontro tra il vice di Trump, Mike Pence e la leadership palestinese previsto per il 17 dicembre. Jibril Rajoub, uno degli uomini di punta di Fatah, il partito di Abu Mazen avvertito: «Pence non è il benvenuto in Palestina», anticipando che l’incontro con il presidente palestinese previsto il 19 dicembre non ci sarà. Fonti Usa, citate dalla Bbc, riprendono i toni trumpiani, ammonendo i palestinesi ‘a non far saltare l’incontro.

Ma il ‘Consiglio legislativo palestinese’, il loro Parlamento, va oltre, e chiede all’Autorità palestinese di annullare il riconoscimento dello Stato di Israele. Che l’Anp cessi di riconoscere la sovranità di Israele su qualsiasi territorio occupato a partire dal 1948 e quindi qualsiasi forma di collaborazione da anni ormai praticata. La richiesta è contenuta nella relazione di una commissione presentata ieri durante una sessione d’emergenza tenuta a Gaza.

Nel subbuglio internazionale creato dalla dichiarazione di Trump, l’Europa ha preso le distanze dall’alleato Usa: «L’annuncio della Casa Bianca su Gerusalemme – ha sottolineato il capo della diplomazia Ue, Federica Mogherini – ha un impatto potenziale molto preoccupante, perché avviene in un contesto fragile e potrebbe farci tornare indietro ai tempi più bui». Un giudizio rimbeccato da Israele in serata, il ministero degli Affari Esteri, retto ad interim da Netanyahu, che accusa l’Ue di alimentare «Aspettative nei palestinesi che sono fuori dalla realtà».

Fine di ‘Due popoli due Stati’?
Se così la pensano, Netanyahu e Trump, lo dicano apertamente al mondo.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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