Immigrazione: la falsa ricetta dell’”aiutiamoli a casa loro”

***di Piero Innocenti, 1 dicembre 2017* – Il giro, da poche ore concluso, del presidente del consiglio Gentiloni in Tunisia, Angola, Ghana e Costa d’Avorio, accompagnato da una delegazione interessata, in primis, agli “affari” che si possono fare con quei paesi, poi a quelli, arcinoti, collegati alla sicurezza e alla gestione dei flussi migratori, ripropone l’antica ricetta che viene di tanto in tanto sbandierata dell’”aiutiamoli a casa loro”.

C’è una grande ipocrisia in questo slogan. Gran parte dei paesi che l’hanno richiamata (una buona parte di quelli che hanno preso parte al summit UE-Unione africana, svoltosi ad Abidjan il 29 novembre scorso), negli anni passati, hanno devoluto pochi fondi alla cooperazione internazionale. L’Italia, che nel 2013, secondo il rapporto OCSE, era addirittura in coda alla classifica europea e tra gli ultimi paesi a livello mondiale in tema di aiuti allo sviluppo (in rapporto al Pil), nel 2016 ha dimostrato una maggiore “generosità” passando alla quart’ultima posizione (dietro di noi Portogallo, Spagna e Grecia) e nel corrente anno abbiamo mantenuto questa posizione.

Illusorio il progetto di poter riuscire a tamponare le coste africane piene di gente che fugge da guerre e dalla fame con centinaia di milioni di euro in mezzi navali, terrestri, attrezzature varie, dati a pioggia negli ultimi dieci anni a Libia, Tunisia, Egitto, Gambia, Ghana, Gibuti, Niger, Nigeria per potenziare (si sostenne) i controlli alle loro frontiere e aumentare le capacità operative delle polizie di quei paesi. Una montagna di denaro pubblico che poteva avere destinazioni più proficue. È bene non farsi troppe illusioni sulla possibilità reale di bloccare o arginare con sistemi di polizia o sbarramenti di vario genere i flussi migratori provenienti dal Continente africano. Chi sostiene l’aiuto in casa loro lo fa, a ben vedere, più per insofferenza verso una società multietnica che per un dovere di solidarietà verso i più poveri, ritenendosi detentore di un primato morale e culturale di “popolo superiore”.

Quello che appare rimosso dal dibattito pubblico (a parte gli insulti leghisti che appaiono sempre con una certa frequenza),è che i paesi in via di sviluppo più che essere aiutati avrebbero un gran bisogno di non essere danneggiati e spogliati dai paesi più ricchi e potenti. È vero che molti fuggono da guerre e da regimi oppressivi ma ci si dimentica quando molti paesi dell’occidente, per interessi vari, hanno contribuito a mantenerli e a foraggiarli (si pensi alle dittature di Gheddafi e di Ben Alì). Senza contare la vendita di armi e di attrezzature belliche a paesi in perenne conflitto o le devastazioni ambientali praticate dalle varie compagnie petrolifere nel delta del Niger.

Rimuovere le cause dell’immigrazione con un’azione seria di cooperazione allo sviluppo è fondamentale nella misura in cui si cambiasse totalmente la pratica neocolonialista che ancora si applica ai paesi cosiddetti poveri ma ben forniti di materie prime che fanno gola ai paesi ricchi. Si dovrebbe passare dalla falsa logica dell’”aiutiamoli a casa loro” (slogan “..tanto popolare nel dibattito politico quanto evanescente nei fatti..” come ha opportunamente sottolineato Paolo Pagliaro nel suo “Punto” del 28 novembre) a quella del ” non sfruttiamo e non danneggiamo le terre dove quegli uomini sono nati e dove vorrebbero poter vivere tranquillamente”. Continuare con una politica sull’immigrazione (nazionale ed europea) basata fondamentalmente sul contrasto ai flussi migratori irregolari da attuarsi con leggi repressive, con ridicoli sbarramenti (in mare o in terra), sollecitando rimpatri e allontanamenti, servirà a ben poco.

Il “Piano Marshall” che dovrebbe essere tracciato nella riunione in corso ad Abidjan con le promesse di investimenti per 40 miliardi di dollari in alcuni paesi africani, fa tornare alla memoria altre promesse, non mantenute come quelle prese al G8 di Gleneagles e alla Conferenza di Bruxelles del 2001 quando, rispettivamente, furono messi a bilancio 4 miliardi di dollari nel 2007 rispetto ai 25 previsti e 29 miliardi anziché i 62 stabiliti. “Dettagli” che possono aiutare a comprendere perché decine di migliaia di persone fuggono da quei paesi verso l’Europa egli Usa.

Sicurezza, assistenza e sollecitazione all’UE

*da Libera Informazione

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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