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Macron all’italiana

Roma, 8 novembre 2017 – Buttare Renzi giù dalla torre. Metaforicamente, è ovvio, ma era l’unica possibilità offerta ai “padri nobili” del Pd, Prodi, Veltroni, Parisi per tentare di salvare quel poco che resta del loro progetto iniziale. L’unica via d’uscita, se è vero quello che scrive oggi De Marchis sulla repubblica, che l’attuale leader “vuole trasformare il Pd in una bad company o, se va bene, in un alter ego”. Si illude di fare il Macron italiano, ma è più probabile che finisca come Sansone con tutti i filistei e cioè che sia la torre a crollare sotto i colpi della sua folle autostima. Ieri sera lo abbiamo sentito ripetere a Floris la cabaletta del 40 per cento, che anche all’indomani dell’ennesima sconfitta in Sicilia pensa di poter raggiungere alle prossime elezioni politiche, con l’appropriazione indebita dei voti ottenuti dal Pd alle Europee prima e con il Sì al referendum istituzionale poi. “Il fatto che l’ex premier citi quei due risultati insieme fa dubitare della sua salute mentale”, ha commentato Massimo Cacciari.

Ma i “padri nobili”  pur costretti dalla  loro nobiltà a prendere le distanze si guardano bene dal mettere in discussione la leadership di Matteo Renzi, così come pur manifestando la loro preoccupazione continuano a fare Franceschini, Orlando ed Emiliano. Fa rumore la notizia che Gianni Cuperlo avrebbe incontrato il presidente Grasso. Mentre, facendo appello a tutto il suo coraggio, il presidente dei senatori Pd Luigi Zanda, intervistato dalla repubblica, dichiara che “è Renzi e solo Renzi  che deve valutare se in questa fase convenga che  sia segretario e anche candidato presidente”. “Gentiloni è lì”, si limita a rispondere l’interessato, “vedremo dopo le elezioni”. Non dirà mai “tocca a un altro”, commenta De Marchis. Infatti. E il dubbio viene che, nonostante la ritrovata compattezza del centrodestra sotto l’ombrello di Berlusconi e la sua vittoriosa performance in Sicilia, il segretario del Pd faccia ancora affidamento su una rottura post-elettorale di Forza Italia con le destre di Salvini e Meloni, sperando che induca  Berlusconi a riallacciare i rapporti con il “nuovo Macron”. Quello che poi, diciamolo, è stato il disegno del rignanese fin dall’inizio.

Articolo 3 comma 1: il segretario nazionale…è proposto dal partito come candidato all’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri”. Questo dice lo statuto del PD. Walter Veltroni lo aveva voluto per completare il suo sogno anglosassone senza peraltro giovarsene. Così pure Pierluigi Bersani, il quale peraltro aveva paradossalmente accettato di derogarvi raccogliendo a suo tempo la sfida di Renzi. E in seguito subendo la pressione renziana e mediatica per aprire le primarie – di fatto, se non di diritto – a chiunque si avvicinasse ai gazebo. Così è avvenuto che due milioni di elettori abbiano potuto per due volte determinare la storia politica del nostro Bel Paese negli ultimi anni.

Ecco perché quella del PD è una deriva annunciata. Nel frastuono mediatico a favore del rottamatore della Leopolda, qualcuno a suo tempo l’aveva prevista, e io tra questi come potete facilmente verificare nel mio “dossier Renzi” con gli articoli scritti in questi anni. Ma con ben maggiore competenza di me lo aveva fatto Fabrizio Barca nell’aprile del 2013, più di cinque anni fa. Richiamando la necessità di una nuova forma partito che prevedesse “una dialettica effettiva, continua, dal momento successivo al voto, fra partito, da una parte, e propri gruppi parlamentari (o consiliari) ed eventuale proprio esecutivo, dall’altra…Nello svolgere questa funzione, il partito scongiurerà quel divario profondo di fiducia e comunicazione che da oltre vent’anni si è andato aprendo fra governo e società e che, come si è argomentato, ha impedito anche a tentativi generosi di tradursi in buon governo”.

Con il Partito democratico è andata esattamente al contrario, nella direzione opposta. E questa legge elettorale, che continua ad affidare la nomina dei candidati al Parlamento ai leader di partito andrà anche peggio. Mi auguro che i costituenti, se e quando ci sarà, di una nuova sinistra unitaria, facciano tesoro di questa lezione.

 

 

 

 

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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