Catalogna, l’indipendenza non c’è, domani neanche l’autonomia

Non sono un esperto come l’amico Ennio ma a costo di apparire un ingenuo…davvero non c’è nessuno alla Moncloa in grado di azzardare una proposta concreta di mediazione? Per esempio, un’autonomia larga come quella già ottenuta dai Paesi Baschi. Dove sono oggi i sostenitori delusi di Zapatero, quelli che nel 2006 avevano approvato la riforma dello Statuto catalano poi bocciata dall’Alta Corte su richiesta del governo Rajoy? E la rischiosa ambiguità del presidente Puigdemont non dipende, oltre che dalla sua indiscutibile avventatezza e dalla rigidità del centrodestra al potere, dall’evidente imbarazzo della sinistra spagnola? (nandocan) 

***di Ennio Remondino, 20 ottobre 2017 

L’ambiguo Puigdemont

Ancora una volta il presidente catalano Carles Puigdemont ha risposto con una lettera ambigua alla richiesta del governo spagnolo di tornare alla Costituzione. Pur ammettendo, nell’ultima frase, che finora la dichiarazione d’indipendenza non ha ancora avuto luogo.
Ma, se il governo applicherà il famigerato 155, l’articolo della Costituzione che blocca l’autonomia, sarà indipendenza unilaterale, minaccia.
Risposta del governo spagnolo che ha almeno il merito rispetto alle vaghezze catalane, di non lasciare dubbi: via al procedimento di attivazione del 155 che commissaria la regione.

Rischio ‘tanto peggio tanto meglio’

Le ragioni catalane alla Moncloa, che poco dicono di nuovo ma molto svelano.
Il popolo catalano ha «deciso» l’indipendenza il primo ottobre, scrive il president, anche se solo il 40% di quel popolo ha votato, e quello non era un referendum con tutti i crismi. Nella sessione del 10 ottobre il parlamento si era riunito per valutare i risultati del referendum, e che lui aveva deciso di sospendere gli effetti dell’indipendenza. Il parlamento catalano non ha votato nulla, ma qui scatta la doppia contestazione, da Madrid e da Barcellona assieme: non avete rispettato né la legge spagnola, né quella catalana che prevedeva un voto del Parlamento locale entro 48 ore dalla proclamazione dei risultati, mai avvenuto.

Indipendentismo tra destra e sinistra

La contraddizione evidente del governo di Barcellona, è che il patto per l’indipendenza è stretto tra estrema sinistra (Esquerra republicana, Cup) e moderati che guardano a destra (Partito democratico europeo catalano, erede dei nazionalisti di centrodestra di Convergenza democratica). Quest’ultimi tentennano nel dichiarare l’indipendenza unilaterale in mancanza di riconoscimenti internazionali da parte dell’Unione europea – rimasta prudente, pur appoggiando Madrid – e di soluzioni economiche in grado di affrontare una eventuale transizione dettata dall’avvio dell’indipendenza.
Barcellona avrebbe dovuto mostrare maggiore realismo, considerando che nelle elezioni del 2014 i partiti indipendentisti avevano raccolto solo il 45% dei voti.

Vaghezze politiche e torna la piazza

Nella confusione politica, montano rabbia e trovano spazio di estremismi. Domani la Catalogna separatista in piazza a Barcellona, con le spinte indipendentiste più radicali pronte ad alzare la posta, col forte rischio di disordini. Ieri gli agenti della Guardia Civil del comando di Barcellona hanno effettuato perquisizioni nel comando dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana.
L’azione su mandato di un giudice istruttore, per il sequestro delle registrazioni delle comunicazioni avvenute prima, durante e nelle ore successive al referendum, e l’acquisizione di altra documentazione.
Il rischio di prossimi arresti per altre difficilmente contestabili violazioni della legge spagnola pesa su tutto, in assenza di una soluzione politica.

Tempi lunghi mentre la crisi brucia

Per l’esordio dell’articolo 155, mai applicato finora, rileva Luca Tancredi Barone su il manifesto, ci vorrà ancora un po’ di tempo. Domani il Consiglio dei ministri, al ritorno di Rajoy da Bruxelles. Il Senato invece di discuterlo nella sessione di giovedì e venerdì prossimo potrebbe farlo il 30 o il 31. Una proposta che dovrà decidere quali cariche politiche sospendere e chi ne prenderà il posto, per fare esattamente cosa e per quanto tempo. Oltre ai membri del governo, si parla anche dei Mossos e della televisione pubblica.
E tutto diventa possibile: mandati di arresto per i dirigenti catalani, blocco economico della spesa pubblica, invio dell’esercito a presidio dei luoghi istituzionali. Tempi lunghi anche nell’ipotesi di scioglimento anticipato del parlamento locale.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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