Il manifesto del Papa. Quando finisce un’epoca

 Raniero La Valle commenta, dal suo punto di vista di credente, la pubblicazione di un libro di Bergoglio da parte del Manifesto, pubblicazione che, scrive,  “rompe la convenzione moderna che ha messo fuori della porta il discorso su Dio. Il papa non direbbe nulla di quello che dice se non fosse motivato dalla fede, libero chi vi consente di credere o non credere. Il problema dell’Islam” (nandocan)

***di Raniero La Valle, 10 0ttobre 2017* – Alle “cose mai viste” prodotte dal pontificato di Francesco si è aggiunta ora la diffusione urbi et orbi dei tre discorsi del papa ai Movimenti Popolari ad opera di una casa editrice laica (Ponte alle Grazie) e di un giornale con una tradizione militante come quella del “Manifesto”. Vi è in questa proposta editoriale un’intuizione informativa straordinaria, perché nel mare di scritti e discorsi di papa Francesco estrarre e mettere insieme quei tre discorsi significa aver colto l’evento nell’evento, ovvero il senso complessivo del suo ministero: perché in quei discorsi non ci sono solo terra casa e lavoro, c’è la sua visione del mondo, struttura e sovrastruttura.
Ma dove sta la notizia? La notizia non sta nel fatto che ”il Manifesto” sia d’accordo col papa nel riconoscere i poveri (o, come direbbe il giornale, le classi povere) non solo come vittime dell’ingiustizia, ma come soggetti che lottano contro l’ingiustizia, né sta nel fatto che condivida l’analisi sull’alienazione del denaro (che il papa chiama idolatria) e sull’economia che uccide. È logico che sia così.
La notizia sta nel fatto che la modernità, nelle sue espressioni più mature, non ha più bisogno di esibire come suo punto d’onore quel certo patriottismo laico che le imponeva di prendere le distanze, pur col dovuto rispetto, da tutto ciò che sapesse di religione e di chiese. Ricordo un libro a più mani, per una campagna elettorale romana, in cui ad autorevoli esponenti della sinistra fu chiesto un articolo in cui ciascuno esprimesse le sue speranze e il suo progetto per il futuro di Roma. E uno scrisse una sola riga: “vorrei una Roma senza papa”.
Ora qui si manifesta invece una modernità senza settarismi, che sente di non aver più bisogno, per svolgersi, di “fare come se Dio non ci fosse”. Fu questa la condizione che i pur cristianissimi fondatori del diritto naturale e della società laica moderna posero perché la storia non venisse bloccata dal dogmatismo ecclesiastico; fu quando i giuristi subentrarono ai teologi lanciando loro il grido (come ha ricordato Carl Schmitt): “Tacete teologi, in un compito che non è il vostro”. Anche a crederci, bisognava far finta che Dio non ci fosse, bisognava non parlare di lui, perché la libertà potesse fluire. E la Chiesa paradossalmente fu d’accordo, perché, tolto Dio, al suo posto si era messa lei. Ma è proprio la cosa che ora non si può fare, quando si prende Bergoglio come interlocutore, come punto di riferimento, come portatore di una proposta attendibile; non si può togliere Dio dalla comunicazione con lui. Si può credere o non credere, come accade nei Movimenti Popolari che si riconoscono in lui; ma non si può far finta che per papa Francesco Dio non ci sia, quando invece è la ragione di tutto.
Non si può, per così dire, prendere Francesco al netto di Dio. Si può invece riconoscere che quando il discorso religioso raggiunge quelle profondità, esso diventa pienamente laico, cioè umano, e quindi disponibile a tutti, senza che il credere o non credere ne sia una condizione o un impedimento. Da una parte e dall’altra: come spiega Alessandro Santagata nella sua “postfazione”, “la Santa Sede non ha manifestato in alcun modo il desiderio di assorbire i movimenti nell’alveo del mondo cattolico”. Quindi l’incomunicabilità tra le due culture sembra caduta.
L’altra notizia sta nel fatto che la religione, nella sua attuale espressione ecclesiale interpretata da papa Francesco, ha veramente cambiato il suo volto; da un crescente numero di poveri essa non è più vista come il fiore che orna la catena degli oppressi, ma è percepita invece come compagna e come sostegno, o addirittura come movente e come forza, per spezzare le catene.
Nella bella prefazione del prof. Gianni La Bella a questo libro, viene ricordata quella espressione di papa Francesco secondo la quale stiamo vivendo un cambiamento d’epoca, più che un’epoca di cambiamenti. Ma in che giorno finisce un’epoca? Il suo inizio e la sua fine sono spesso fissati in date convenzionali legate anche a piccoli avvenimenti. L’epoca dell’asserita incompatibilità del progresso storico col pensiero di Dio può simbolicamente essere fatta cominciare in quel giorno del 1625 in cui il calvinista olandese Ugo Grozio scrisse nel suo “De iure belli ac pacis”, che tutto poteva andare bene lo stesso “anche nella blasfema ipotesi che Dio non ci fosse o non si occupasse dell’umanità”. Se farà scuola il fatto che il mondo laico non si senta più obbligato a questa obbedienza, la fine di quest’epoca si potrebbe mettere in calendario in quel 5 ottobre del 2017, quando un editore laico e un giornale comunista sono usciti in piazza per nulla turbati all’idea di veicolare il sogno di un papa argentino, ma pur sempre romano, e senza il rischio di perdere la loro laicità.
Se questo è il significato più generale di questa iniziativa editoriale (anche se i suoi autori non l’ammettono), il segnale è di straordinaria importanza nell’attuale momento storico. Infatti oggi il problema è quello del rapporto tra l’Occidente e l’Islam. L’Occidente non sa che pesci pigliare e non ha discorso, perché la sua proposta è che l’Islam si modernizzi, riguardo al rapporto tra società e religione, mettendo la fede fuori servizio esattamente come è avvenuto nelle società secolarizzate dell’Occidente, che per i Paesi musulmani sono anche quelle da cui maggiormente hanno avuto a soffrire. Ora se l’Occidente si rivolge ai popoli dell’Islam presentando la sua ricetta: Fate anche voi come se Dio non ci fosse, il discorso non comincia nemmeno, e l’unità e la pace del mondo non si possono fare. Se invece si ammette che il dialogo, e la democrazia, e la modernità, e i diritti non hanno come condizione e presupposto la esclusione di Dio, ma la sua nuova comprensione “in quel modo che la nostra età esige”, come diceva papa Giovanni, e si affermerà tra i credenti una lettura non fondamentalista e perciò non suicida del Libro, proprio come è cominciato ad avvenire nelle Chiese dopo il Concilio, il confronto potrà essere fecondo, e si potrà avanzare da una parte e dall’altra, e forse la terra si potrà salvare.

*dal sito @chiesadituttichiesadeipoveri.it, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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