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Palestina. Chi soffia sul fuoco

L’ambasciatore USA David Friedman al Muro del Pianto

Roma, 1 ottobre 2017 – Martedì 26 settembre nei pressi di Har Adar, colonia di israeliani benestanti poco a nord di Gerusalemme. Al controllo di sicurezza sui pendolari palestinesi, un operaio delle pulizie estrae improvvisamente un’arma e apre il fuoco. Uccide un agente della polizia di frontiera e due guardie della sicurezza civile. Un altro è gravemente ferito. Poi anche l’attentatore, Nimr Jamal, 37 anni, è ucciso dalla polizia. Sulla stampa israeliana si parla di  un uomo disperato e violento, abbandonato dalla moglie, alla quale ha indirizzato il giorno prima di agire una lettera di scuse. Nel contesto del conflitto israelo-palestinese, sono dettagli di poca importanza. E mentre gli islamisti di Hamas elogiano l’azione come “un nuovo capitolo dell’intifada”, il premier Netanyahu e i suoi ministri si affrettano a considerarla “frutto dell’istigazione dell’Autorità nazionale palestinese».

Casi individuali a parte, per capire da dove provenga in realtà l’istigazione basterebbe accorgersi del moltiplicarsi degli insediamenti coloniali di Israele nei territori occupati. Già nel febbraio scorso la Knesset aveva approvato a maggioranza, 60 voti contro 52, una legge per ‘regolarizzare’ anche retroattivamente insediamenti e case costruite su terreni privati palestinesi. In quella occasione dal Palazzo di Vetro si era parlato di “violazione del diritto internazionale” che avrà “conseguenze legali di vasta portata per Israele”. Ancor più duramente l’Unione europea aveva ribadito che “gli insediamenti  illegali secondo il diritto internazionale costituiscono un ostacolo alla pace e minacciano di rendere impossibile la soluzione dei due Stati”. Chiedendo “a Israele di porre fine a tutte le attività di insediamento e smantellare gli avamposti costruiti dopo il marzo del 2001, in linea con i precedenti obblighi». La risposta è stata che un mese dopo il governo di Netanyahu ha autorizzato un nuovo insediamento. Con Trump alla Casa Bianca,  si sente ormai autorizzato ad allargare, ben oltre i confini del 1967, quella che viene definita ormai ufficialmente “la casa nazionale del popolo ebraico”.

A mettere Il timbro ha provveduto proprio ieri l’ambasciatore degli Stati Uniti a Tel Aviv, David Friedman, figlio del Premio Nobel per l’economia Milton Friedman. Intervistato da uno dei più importanti siti israeliani, Walla! News, ha dichiarato, come si dice, “papale papale”: “Gli insediamenti fanno parte di Israele”. Infischiandosi della risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu approvata il 23 dicembre scorso con la benevola astensione di Obama. In questa penosa assenza di prospettive di pace, non è difficile immaginare che, con il protrarsi della divisione tra Hamas e l’Autorità palestinese, si aggiunga alla tracotanza di Israele il rischio che ad orientare le giovani generazioni palestinesi subentrino i gruppi salafiti e le cellule “dormienti” dell’Isis. Sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza. A meno che il recente accordo tra le due fazioni con la mediazione dell’Egitto riesca finalmente ad avere, nonostante tutte le precedenti delusioni, uno sviluppo positivo.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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