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Ora o mai più. La sinistra che innova

Roma, 24 settembre 2017 – Ripartiamo subito dalle cose da fare, ha riproposto ieri sera, a Reggio Emilia, Pippo Civati a Nicola Fratoianni, Pierluigi Bersani, Tomaso Montanari promotore dell’assemblea del Brancaccio e Maurizio Acerbo del Prc. Titolo impegnativo del confronto promosso da SI, ‘Ora o mai piu’: la sinistra che cambia, la sinistra che innova’. Ma lasciamo perdere le etichette astratte, ha insistito il leader di “Possibile”, perché “in questi anni la sinistra ha fatto cose di destra, con modi di destra. Le carte si sono tutte mischiate. Noi dobbiamo restituire il significato che hanno perso alle parole della politica e dell’appartenenza. Senza voler governare a tutti i costi, ma proponendo un diverso modo di governare. Questo è il principale elemento di discontinuità rispetto a ciò che c’è già”.

Per presentare una lista unitaria alle elezioni politiche, non è necessario essere d’accordo su tutto. Saranno gli elettori a indicare il candidato più vicino alla loro sensibilità. Naturalmente, se non passa una legge elettorale come il “rosatellum”, con cui Pd e centro destra vorrebbero imporre un sistema senza preferenze. E mettersi d’accordo sulle cose da fare non sarà difficile, sostiene Possibile, che ha da tempo presentato il suo “Manifesto”. “Noi siamo di sinistra – ha ricordato Civati -“mentre tutti gli altri sono trasversali”. Concordo. Chi dice che non ci sono idee a sinistra per un programma politico comune alternativo al renzismo o è male informato o è in malafede. Ipotesi più probabile quest’ultima per chi fa politica per professione. Dunque, se anche questo incontro resterà senza conseguenze operative immediate  sarà soltanto per il prevalere della vecchia politica, fatta di giochi di potere e interessi di bottega. E dio non voglia che la capocrazia di cui scrive stamani Michele Ainis sulla Repubblica abbia infettato anche il nostro popolo. E che qualche altro milione di elettori delusi si rifugi nell’astensionismo.

La capocrazia, da non confondersi con la leadership che invece è necessaria. Una malattia della politica che sta producendo la sua “infantilizzazione” e non è soltanto un “male italiano” come invece titola il quotidiano. Vi faceva ieri riferimento Günter  Wallraff, giornalista d’inchiesta tra i più prestigiosi, intervistato da Roberto Brunelli per la Repubblica. A  proposito della Merkel. “La verità è che stiamo assistendo all’infantilizzazione della politica. La cancelliera? Tutto le scivola addosso, sembra una passata per caso che sciorina belle parole prive di concetti, l’unica cifra è di intercettare gli umori del popolo”.  Che sia giusto o no, fatto sta che un giudizio come questo potrebbe adattarsi tranquillamente a Macron come alla May, a Matteo Renzi  e tanti altri, per non parlare di Trump. E non è populismo anche questo?

Ainis ne scrive prendendo spunto da Di Maio, nuovo “capo politico” dei Cinque Stelle. Attribuisce la capocrazia allo “spirito dei tempi”. “Un mix di democrazia digitale e d’autocrazia sostanziale. I 5 Stelle si stanno portando avanti con il lavoro, ma non è che gli altri partiti rifiutino primarie e secondarie, non è che disdegnino il culto del capoccia”. Insomma, prosegue il costituzionalista, la capocrazia “non è un’invenzione di Grillo o di Salvini. C’è ormai un ambiente istituzionale che l’alleva, la nutre, la vezzeggia”. E il sistema mediatico – aggiungo io – alleva, nutre e vezzeggia a sua volta. Basta assistere all’insistenza con cui i giornalisti, a cominciare da quelli televisivi, tendono a ridurre a nomi e cognomi qualunque orientamento o conflitto politico.

Difficile che questa “infantilizzazione” della politica, con la sua subalternità agli umori popolari, possa produrre quel mutamento radicale dei modelli di produzione e consumo che rappresenta, ad avviso degli esperti, l’unica soluzione possibile ai problemi economici, sociali ed ambientali del nostro tempo. Ecco perché avere un progetto di Paese e di Europa può fare la differenza. Non si tratta di ripiegare sulle vecchie ideologie, ma di fermare, con riforme che potrebbero risultare impopolari ma soprattutto invise a gran parte dei gruppi dirigenti, gli enormi disastri che continua a produrre il neoliberismo dei mercati finanziari, in fondo l’unica vera ideologia rimasta.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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