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Terrorismo islamico, chi ha aperto il vaso di Pandora?

 
Cari amici e colleghi, quello che vi propongo non è un piccolo saggio di “benaltrismo”, tanto meno di dietrologia. Bastano poche righe come queste di Massimo Nava per correggere il tiro di pagine e pagine di commentatori che oggi come ieri e come l’altro ieri si dilungano nella ricerca delle motivazioni politiche, religiose e psicologiche del terrorismo e magari anche in  qualche autocritica ma guardandosi bene dall’imparare la lezione della storia per rinnovare il loro punto di vista (nandocan)
***di Massimo Nava, 21 agosto 2017* – Nel momento del dolore, della solidarietà, della condanna del terrorismo islamico, ricordiamoci anche di chi ha aperto il vaso di Pandora, delle guerre sciagurate, di chi porta la responsabilità politica di avere destabilizzato il Medio Oriente, delle immonde complicità di Paesi e governi con cui continuiamo a fare affari e a siglare contratti per forniture militari. I terroristi non vengono da un altro pianeta, vengono dal mondo arabo e musulmano, ma questo dato non può continuare a nasconderne altri.
Se vogliamo combattere davvero il terrorismo, prendiamo le contromisure contro i Paesi che lo finanziano e lo sostengono, pur essendo cosiddetti “amici”.

L’ideologia radicale era sotto la cenere da secoli, ma il primo momento di esplosione è in Afghanistan, quando cioè americani e sauditi sostennero e armarono la guerriglia islamica contro l’Armata Rossa. Cosi nascono Al Qada e Ben Laden. Poi le guerre in Iraq e in Libia, con la pretesa di esportare democrazia con le bombe. Infine la Siria di Assad, altro regime laico inviso all’Islam radicale. Dopo Al Qada è nato il concorrente Califfato. Ucciso Ben Laden, ucciso (forse) il Califfo Al Baghdadi, sono rimaste le truppe, tracimatate in varie regioni dell’Asia e dell’Africa e nel cuore dell’Europa.

Morti i capi, sconfitte o comunque contenute le organizzazioni sul terreno, restano le schegge impazzite e la galassia dell’antagonismo sociale delle nostre periferie europee e soprattutto francesi. Antagonismo sociale che si alimenta dell’indottrinamento radicale. I maggiori controlli e l’intelligence possono arginare il fenomeno, sventare complotti, sequestrare bombe e armi, arrestare capi e predicatori, ma non possono mettere le manette all’aria mefitica che circola in intere generazioni, alle quali sono stati dati pretesti, bandiere, slogan. Ecco perché le responsabilità sono più grandi. Esse costituiscono un terribile alibi alla follia che uccide.

*da RemoContro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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