Quelli che in Libia rapinano la vita dei migranti

In questo piccolo saggio di Alessandro Fioroni, pubblicato stamani su Remocontro di Ennio Remondino, un quadro sintetico ma chiaro ed esauriente della complicatissima situazione politico militare in Libia. Quanto basta per rendersi conto non solo della follia compiuta con la guerra “al buio”  di sei anni fa per la deposizione di Gheddafi, ma della enorme difficoltà di porre fine alle sue drammatiche conseguenze, dal nuovo schiavismo al traffico di migranti. Da leggere (é un po’ lungo ma ne vale la pena)  e diffondere soprattutto tra quanti sono ancora alla ricerca di soluzioni “muscolari” (nandocan).
***di Alessandro Fioroni, 19 luglio 2017 –
Nostra paura, loro ricchezza
Lotta al traffico di uomini, armi, petrolio e fine del conflitto in corso dal 2011, sono elementi strettamente legati. L’esplosione della guerra civile, seguita alla deposizione di Muhammar Gheddafi, ha dilaniato il paese e fatto proliferare una quantità enorme di gruppi armati, milizie tribali, bande criminali. Come riporta il periodico Xsemanal, si calcola che siano 1700 i gruppi armati che combattono tra loro per il controllo della città, di strade, raffinerie, e soprattutto per primeggiare nel business da milioni di dollari che coinvolge esseri umani che vogliono attraversare il Mediterraneo e raggiungere l’Europa.
1700 gruppi armati
In un tale caos il contrabbando di ogni genere è una fonte fondamentale per l’economia di intere zone. L’attraversamento del tratto di Mediterraneo fino in Italia costa fino a 2500 dollari a persona. Se si moltiplica questa cifra per le 181mila persone partite solo lo scorso anno verso l’Europa, il risultato per i trafficanti è enorme: ai passeur libici sono entrati circa 450 milioni di dollari. Accade in un Paese diviso in due, senza alcuna autorità garante di nulla: ad est la Cirenaica controllata del generale Haftar, sostenuto dall’Egitto-Russia, capitale a Tobruk. Ad ovest la Tripolitania dove prova a governare Fayez Serraj, sostenuto da Italia-Usa.
Il business migranti
Ma chi manovra il business dei migranti realmente? I protagonisti sono moltissimi, dalle milizie islamiste, che hanno tentato di estendere il califfato in Libia, fino ad arrivare a uomini della guardia costiera. In mezzo una serie di gruppi criminali e fazioni tribali che si combattono tra loro per trarre il massimo profitto dall’affare del secolo: non armi, non droga, ma esseri umani. Da quando il generale Haftar, nel 2014, ha lanciato l'”Operazione Dignità, diverse formazioni, dall’Isis passando per Al Qaida fino ad arrivare ad Ansar Al sharia Lybia, stanno battendo in ritirata dai centri urbani per rifugiarsi nell’immensa zona centrale desertica del Fezzan o in remoti angoli alle frontiere.
Territori senza legge
E’ in queste aeree inaccessibili e transfrontaliere, soprattutto a sud della costa, dove è più facile nascondersi, ma soprattutto è luogo ideale per i commerci illegali, perchè la guerra costa. Qui le milizie assaltano o comprano letteralmente i convogli di migranti dall’ Africa subsahariana, organizzati da altri mercanti. Rapiscono, saccheggiano e a loro volta rivendono uomini, donne e bambini come schiavi. Chi sopravvive arriva al mare ma non parte subito, lì nuovi carcerieri e violenze. È il caso della Zamzam Valley, sud di Misurata. I militanti dell’Isis sconfitti a Sirte, ne hanno fatto il loro territoria da dove attaccano checkpoint e rapiscono civili per il riscatto.Zamzam Valley e Al-Awaynat
Analoga situazione ad Al-Awaynat, in una remota zona nel sud est della Libia vicino alle frontiere con Egitto e Sudan. Questa zona è divenuta una vera e propria centrale di mercenari, centinaia di uomini armati stazionano in questa porzione del paese pronti ad essere assoldati. I mercenari provengono in maggior parte dal Ciad, Niger e Camerun, tutti pronti a combattere sotto le insegne di differenti milizie. Si pensa che guadagnino una media di 2000 dollari al mese. Le milizie e i gruppi criminali fanno soldi naturalmente attraverso il traffico di esseri umani, i rapimenti, il traffico di armi, droga e carburante.Ad Al Kufra è Isis
Nella città oasi di Ad Al-Kufra a sud est, si ritiene che si siano trasferite piccole cellule dell’Isis e dei combattenti al-Qaida. Al-Kufra è stata per decenni dilaniata da un conflitto mortale tra le tribù arabe di Alzway contro i Tabu dell’Africa subsahariana.Un conflitto per il controllo delle frontiere e dei lucrosi percorsi del contrabbando. La maggior parte delle centinaia di militanti che sono riusciti a fuggire all’assalto di Sirte l’anno scorso, si sono invece posizionati a Sabha, città della Libia centrale. La città è praticamente fuori controllo, con diversi conflitti in corso. Protagonisti gli Awlad Suleiman, una tribù etnica araba, i Tabu e i Tuareg, sempre guerra per il contrabbando.Guerre per bande
A sud-ovest di Sabha si trova il centro di Ubari; quì nel 2015 violentissimi scontri tra bande criminali rivali ha fatto fuggire quasi tutta la popolazione. Le ostilità si sono scatenate per controllare il mercato nero dei combustibili sovvenzionati forniti dal governo di Tripoli. Gruppi di militanti islamici radicati nella zona, tra cui quelli che fanno riferimento ad Al-Qaida nel Maghreb islamico, che vendono il carburante nei paesi limitrofi ad un prezzo10 volte superiore quello in Libia. Ogni milizia ha un capo, uomini, e una capacità corruttiva altissima in mancanza di un potere centrale forte.L’anarchia utile
Come hanno fatto notare diverse inchieste giornalistiche, insieme a quelle effettuate dalle Nazioni Unite o organizzazioni come Amnesty International, rifugiati e migranti che non possono raccogliere i soldi per l’attraversamento del Mediterraneo, marciscono per mesi in prigioni private dove vengono picchiati, torturati e uccisi. I carcerieri appartengono per la maggior parte a vere e proprie gang di strada locali, come nel caso dei famigerati Asma Boys. Questi ultimi poi non è raro che rivendano i disgraziati migranti caduti nelle loro mani a network criminali più potenti.La vecchia base militare
Già nel 2015 Amnesty metteva in luce questa situazione in suo rapporto. Non solo Asma Boys ma altri personaggi ed altre prigioni. In particolare, una base militare dismessa ad Az Zawiyah ad ovest di Tripoli. La circostanza ci dice di personaggi influenti e con coperture notevoli. E i sospetti si addensano su quella che viene chiamata Guardia Costiera libica. Gabriele Iacovino, capo degli analisti del Centro Studi Internazionali, denunciava come “a parte alcune eccezioni, come i militari di Misurata, i guardacoste libici sono spesso espressione dei potentati locali che, in molti casi, gestiscono il traffico di esseri umani”.

Governi e corruzione doppi
Fondamentalmente il governo di Tripoli ha due guardie costiere, una più fedele al ministero della Difesa, l’altra a quello dell’Interno, ed è quella sulla quale l’Italia punterebbe di più. Questa confusione lascia lo spazio a uomini senza scrupoli di poter mettere in pratica i propri disegni criminali. Una inchiesta giornalistica di TRT della giornalista Nancy Porsia, ha reso nota al mondo la figura di Abdurahman al-Milad, soprannominato al-Bija. Lui e i suoi uomini si sono proclamati Guardia Costiera di Zawiya, dispongono di una motovedetta chiamata Tileel e di due motoscafi. Da allora al-Bija e suoi uomini vanno per mare e riportano indietro migranti.

Guardia costiera privata
L’inchiesta di Trt sembra dimostrare come Milad sia a capo del traffico di esseri umani di Zawiya, accusa sempre respinta ma che poggia su diversi elementi. Come può un pugno di uomini con una barca di 16 metri a controllare le acque dal confine tunisino a Jansur vicino a Tripoli? Una zona immensa che non potrebbe essere dominata senza coperture e mezzi finanziari. Al-Bija sarebbe a capo di una vera e propria holding mafiosa che insegue i migranti e chiede tangenti ai trafficanti, se questi rifiutano spara e li uccide. Il colonnello Tarek Shanboor, Ministero degli Interni del governo di Unità Nazionale lo ha ammesso candidamente: «Abbiamo trafficanti nelle nostre fila, è un problema reale».

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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