Guardia costiera libica, inchiesta del tribunale internazionale

Mentre i ministri degli Interni a Parigi e una trentina di deputati europei a Strasburgo cercano il modo di conciliare l’obbligo, imposto dal diritto internazionale, di salvare le vite umane sopravvissute alle stragi nel Mediterraneo con un presunto diritto di chiudere le frontiere e i porti ai migranti, la corte penale internazionale dell’Aja mette sotto inchiesta la guardia costiera libica  per complicità diffuse con i trafficanti di uomini. Ma per i governi che rifiutano l’accoglienza, l’oste con cui fare i conti resta la Libia. Alla quale vengono dunque versati altri 35 milioni (da aggiungere ai 46 già stanziati) prelevati dal Trust Fund per l’Africa (quello che dovrebbe servire per aiutare lo sviluppo dei paesi di provenienza degli immigrati) e spesi ora per le operazioni di coordinamento con la Guardia costiera libica e il controllo delle frontiere meridionali del paese nordafricano (nandocan)

 ***di , 4 luglio 2017* – All’inizio di giugno il procuratore capo della Corte penale internazionale, Fatou Bansuda, ha trasmesso un dettagliato rapporto al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il contenuto non era segreto e verteva sulla situazione in Libia. «Il mio ufficio continua a raccogliere e analizzare informazioni relative a crimini gravi e diffusi, presumibilmente commessi contro i migranti che tentano di transitare attraverso la Libia». Un lavoro lungo quello che è finito sul tavolo del procuratore, un’indagine condotta «collaborando e condividendo informazioni con una rete di agenzie nazionali e internazionali».
La Corte dell’Aja non ha nascosto una forte preoccupazione per ciò che sta succedendo. Sul banco degli imputati dunque, la Guardia Costiera di Tripoli sospettata di «crimini contro l’umanità», e non sono più chiacchiere. Al momento al vaglio degli investigatori ci sono le testimonianze dirette, rapporti ufficiali nonché documenti e filmati. Le autorità internazionali temono che la Guardia costiera sia una parte importante del traffico di migranti. I trafficanti infatti avrebbero letteralmente coperto di dollari i marinai libici.
Da documenti nelle mani della corte internazionale, le rare volte in cui migranti che partono dalle coste libiche vengono intercettati dai guardacoste e vengono rinchiusi in centri governativi, a questo punto si svolgerebbero delle aste di esseri umani, venduti come schiavi. «Sono sgomenta – dice Bensouda – dai credibili resoconti secondo i quali la Libia è diventata un mercato per la tratta degli esseri umani». «La situazione è terribile e inaccettabile» ha aggiunto il procuratore gambiano della Cpi.I fatti messi in fila dagli inquirenti sono molti, il Goldsmiths College (dipartimento dell’Università di Londra) ha dimostrato in un suo recente studio come i metodi della Guardia costiera libica siano «violenti e hanno portato, in alcune occasioni, al ribaltamento di barche, mettendo in pericolo la vita delle persone a bordo». Ad esempio il 23 maggio scorso i libici hanno sparato ad una imbarcazione della marina italiana, la motovedetta CP 288, alcune raffiche esplose ufficialmente per errore. Una versione che non ha convinto nessuno.La realtà infatti ha dimostrato come gli uomini di Tripoli vogliano allontanare testimoni scomodi che possano in qualche modo rendere note le modalità dei loro “salvataggi”. Nelle stesse ore in cui gli italiani erano attaccati, le Ong Medici Senza Frontiere e Sos Mediterranée registravano un video nel quale si vede come la Guardia costiera libica si avvicini ad alcuni barconi di migranti, ma anzichè procedere con le operazioni di salvataggio, sparava colpi in aria, e il panico provocato ha fatto finire in acqua una sessantina di persone. Il 30 giugno la stessa portavoce di Frontex, Izabelle Cooper, ha reso noto che i libici hanno puntato le armi anche contro navi dell’agenzia europea.Da rivedere con maggiore senso critico, a questo punto, le stesse accuse di Frontex contro le Ong che hanno alimentato i sospetti di collusione con i trafficanti di uomini, visto che la fonte di accuse e sospetti è stata proprio la Guardia costiera libica. Contro le organizzazioni umanitarie gli episodi di violenza da parte libica e ufficialmente noti e denunciati sono molti. Si va dalle minacce con le armi alle perquisizioni arbitrarie in mare, speronamenti come quelli subiti da Sea Watch nell’ottobre 2016 e nel maggio 2017, ad arresti come quelli subiti da due operatori della Sea Eye nel settembre 2016.Dubbi sollevati da più parti sulla lealtà e l’efficacia del costoso aiuto ai libici per contrastare l’invasione di migranti su quella sponda africana. Perplessità sollevate anche in una interrogazione parlamentare di quaranta deputati europei appartenenti a differenti gruppi politici, sul tema. La Libia può essere considerato un paese sicuro? L’esternalizzazione delle operazioni di ricerca e soccorso in quelle condizioni non è di fatto, un respingimento? Se quella è la scelta, allora ditelo apertamente. Il 29 giugno l’Alto rappresentante in politica estera Federica Mogherini ha risposto con l’elenco dei buoni propositi e non dei fatti che in realtà non risultano da alcuna parte.Nessun accenno, nessuna considerazione sui rapporti internazionali reali e in corso. Eppure le occasioni sono state molte. Il 1° giugno, il gruppo di esperti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla Libia parla di «esecuzioni, torture, deprivazione di cibo, acqua e servizi igienici. Il 19 giugno, Human Rights Watch mette in rilievo che «le forze libiche hanno esibito un atteggiamento irresponsabile, tale da mettere in pericolo le persone a cui venivano in aiuto». Il 20 giugno, il rappresentante speciale dell’ONU in Libia, Martin Kobler, ha affermato davanti alla Commissione affari esteri del Parlamento europeo: «Sconsiglio di continuare la formazione della guardia costiera libica in assenza di un vigile controllo internazionale».*da Remocontro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
Vai alla barra degli strumenti