“Migranti economici”? Parliamone

***Roma, 1 luglio 2017 -Anche questa settimana centinaia di vittime e migliaia di vite salvate che sbarcano sulle nostre spiagge. Immagini che si ripropongono uguali da mesi, anzi da anni. Che fare per aiutare la gente a non assuefarsi alla quotidiana conta dei morti nel Mediterraneo? Bisognerebbe, io credo, che i giornalisti si educassero a dare a queste notizie un’identità, aggiungendo al rituale cronistico degli sbarchi e delle reazioni ufficiali o popolari di vario tipo il racconto delle drammatiche situazioni che hanno preceduto l’avventura disperata di quelle famiglie. Descrivendo sulle prime pagine e nei servizi dei telegiornali la vita che si conduce oggi nei villaggi e nelle città dai quali provengono. Indagando sui motivi ambientali, politici ed economici che li hanno costretti alla fuga. Storie che risulteranno assai diverse probabilmente l’una dall’altra. Non potranno essere riassunte sbrigativamente, come ha fatto Macron, in migrazioni da paesi in guerra o per motivi economici. E raccontarle non solo nei testi ma anche nei titoli e nei sottotitoli, nei sommari dei Tg. Perché non basta suscitare episodicamente la pubblica commozione con i particolari di un corpicino trovato riverso sulla spiaggia. Se vogliamo davvero combattere il razzismo e il populismo di casa nostra, è oggi più che mai necessario dare alle menti e alle coscienze dei lettori l’opportunità di misurarsi e identificarsi con vicende umane e storiche che – ben lo sappiamo – spesso non sono affatto indipendenti dalla nostra responsabilità di cittadini e popoli europei. E così fare intendere ai tifosi di Macron che libertà uguaglianza fraternità sono una parola sola.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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