Anche Critica Liberale per un nuovo ulivo, con molti “se” e molti “ma”

Sarò anch’io, con molti “se” e molti “ma”, all’appuntamento convocato da Giuliano Pisapia per domani pomeriggio nella piazza romana dei “Santi Apostoli”. Dove aveva sede l’Ulivo fino a qualche anno fa. I miei “se” e “ma” sono un po’ diversi da quelli indicati oggi da Critica Liberale in una lettera aperta a “Insieme”, come dovrebbe chiamarsi il nuovo soggetto politico. E ritengo che anche le utopie possano servire ad avere un orizzonte, a indicare una direzione. Ma sono anch’io per “un nuovo Ulivo da non chiamare “Ulivo”, come precisa nel titolo la fondazione (fcl), giustamente severa nel marcare la distanza dall’involuzione che il centrosinistra ha subito nel Partito democratico. Dunque non un centro – sinistra con o senza trattino “anche perché – come ha ironizzato oggi Pippo Civati nel dare quell’appuntamento agli iscritti di “Possibile” (tra i quali da qualche giorno anch’io) –  quel trattino è diventato, nel corso degli anni, un “meno”. E una volta chiarita l’autonomia e la discontinuità rispetto alla politica renziana di questi anni, occorre anche che l’unità auspicata della sinistra sia fondata, come precisa lo stesso Civati “su pochi e chiarissimi elementi:un ‘manifesto’ politico, di governo, impegnativo e lucido, preciso fino al dettaglio e rigoroso per la coerenza a cui si deve richiamare. Un metodo democratico nella scelta delle persone migliori per interpretarlo. L’impegno a non limitarsi al rapporto con gli elettori nel giorno del voto e nelle settimane immediatamente precedenti, ma prosegue ogni giorno, nel corso della legislatura”. Ma poi anche l’immaginazione che la politica di questi anni non ha avuto. “Una sinistra -come è scritto nella lettera aperta di Critica Liberale – che sappia proporre una società responsabile in primis verso l’ambiente, laica, inclusiva, aperta e soprattutto non utopistica. Una sinistra che abbia consapevolezza della drammaticità del momento e si proponga una politica emergenziale contro la corruzione, contro l’impunità, contro i privilegi, contro le disuguaglianze, contro il monopolio governativo dell’informazione televisiva pubblica, contro le false “riforme” che hanno funestato gli ultimi anni”. (nandocan) 

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***30 giugno 2017 – Da sempre “Critica liberale” è attenta a tutto ciò che si muove a sinistra, convinta com’è dell’imprescindibilità dei valori e delle ricette politiche proprie di quella cultura liberal-progressista che ha rappresentato quanto di più efficace abbiano prodotto dal secondo dopoguerra i paesi europei  in fatto di libertà e di socialità. È la cultura dei diritti e delle regole, con la finalità ultima di portare al massimo possibile di efficienza l’”ascensore sociale” che porta la vera “equità”. È la cultura del “conflitto”, del “movimento”, della “criticità”. La sola in grado di pensare il nuovo.
“Insieme”  ha l’ambizione di ricreare quella positiva spinta che alla fine degli anni ’90 ha dato vita all’Ulivo. Non possiamo, però, sottacere l’involuzione dell’Ulivo nel  Partito democratico che, fin da subito e progressivamente, con l’inciucismo, con le larghe intese, con la vocazione maggioritaria, con l’assenza di una cultura delle regole, con l’indifferenza per lo stato di diritto e per il pluralismo, con l’abbandono di ogni etica pubblica e di ogni politica in grado di ridurre e non di ampliare le distanze sociali, si è ridotto alla fine, con Renzi, a una fase terminale di demagogia parolaia e di antidemocraticità sostanziale sfacciatamente incostituzionale, e soprattutto all’omologazione del suo personale politico a quello prodotto dal berlusconismo. Tutto ciò ha portato il paese al disastro e a un più che giustificato rifiuto, da parte dei cittadini, di ceti politici marci che difendono solo i loro privilegi e producono qualunquismo, disaffezione democratica, “vocazione totalitaria” e demagogia di segno contrario ma altrettanto pericolosa.
Tutto ciò evidentemente è distante dal liberalismo quasi quanto lo è la becera destra berlusconiana.
La ragione di questa degenerazione è da rintracciare, alla nascita del Pd, nell’assenza totale della cultura laica e azionista, cioè di quell’ area politico progressista, non marxista e rigorosamente antitogliattiana, che Rosselli aveva saggiamente definito socialismo liberale. Così il centrosinistra si è ridotto esclusivamente alla riproposizione di un patto scellerato tra l’area sociale democristiana e il ceto politicodella sinistra postcomunista ormai orfano di valori e politiche. E perdipiù il tutto, grazie alla Margherita, con larghissime infiltrazioni di clericalismo dichiaratamente di destra. Il centrosinistra ha così rinunciato a rappresentare settori non piccoli della società italiana, costringendoli perlopiù all’assenteismo elettorale o alla dispersione del voto.
La vera novità, che ci aspettavamo e che ci aspettiamo a maggior ragione ora che sono evidenti gli esiti di quelle scelte sbagliate, è la nascita di una forza politica di sinistra, che sappia superare questa convergenza asfissiante tra due politiche già fallimentari prima ancora di assommarsi e poi destinate ancor più a degenerare nell’opportunismo, e – in nome della necessità di un sinistra davvero plurale – sappia fare i conti e nutrirsi della proposta politica iscritta in quel filo rosso che lega Salvemini, Gobetti, i fratelli Rosselli, Rossi, Gramsci, Calamandrei e Calogero, Pannunzio e Ugo la Malfa e che nel Novecento è stato avversato e neutralizzato politicamente, da un lato, dalla pretesa egemonica togliattiana, dall’altro dalla rozzezza dei liberaloidi di ogni tempo, sempre tesi ad  accreditare la confusione tra “liberale” e “conservatore”, tra liberalismo e “neoliberismo” o addirittura tra “liberalismo” e berlusconismo. Dimenticando che storicamente le politiche pubbliche della sinistra mondiale, dal welfare alle  strategie “sociali” di bilancio, sono state pensate dai liberali e promosse dai socialisti riformatori.
L’immagine che per ora traspare del nuovo soggetto “Insieme” sembra invece essere la riproposizione di apparati, anche datati, di ex comunisti ed ex democristiani. Pisapia sembra non essere stato in grado, finora, di coinvolgere quella cultura civica e azionista, propria di ceti sociali “riflessivi” e tesi alla modernizzazione, che gli consentì nel 2011 di strappare finalmente Milano alla destra.
Desta, per esempio, preoccupazione la presunzione taumaturgica dell’uso delle “primarie”, soprattutto di primarie senza regole, che si trasformano esclusivamente in un plebiscitario incoronamento del leader, senza garantire il diritto ad esercitare un consenso ragionato e pienamente formato, non tanto sulla persona, quanto sui contenuti programmatici. Siamo convinti che, nonostante l’evidente disastroelettorale, mantenendo l’impostazione demagogica e “totalitaria” delle regole per partecipare alle primarie, l’esito sarebbe esattamente uguale alla truffa, perpetrata pochi mesi fa, con le primarie del Pd.
L’informazione, distorta, sta accreditando da giorni un salvifico accordo tra Bersani e Prodi, relegando tutte le altre iniziative politiche nel solco della sinistra “radicale”. Nel frattempo qualcuno ripropone la necessità di un partito dei lavoratori, come se ancora valessero le vecchie categorie di classe, come se non fosse cambiato nulla nel mondo del lavoro. Noi temiamo fortemente la nascita di un soggetto, incosciente dal punto di vista programmatico, cioè che si limita ai sogni senza indicare i modi e i mezzi, ma con la liturgia e i meccanismi tipici del centralismo democratico togliattiano.
Quello che serve al paese è una sinistra moderna, che sappia proporre soluzioni innovative ed efficaci per garantire ai cittadini uguaglianza nelle opportunità e libertà nelle scelte. Una sinistra che rifletta criticamente sulla propria storia e sia consapevole dei disastri di cui è stata responsabile.  Una sinistra che sappia proporre una società responsabile in primis verso l’ambiente, laica, inclusiva, aperta e soprattutto non utopistica. Una sinistra che abbia consapevolezza della drammaticità del momento e si proponga una politica emergenziale contro la corruzione, contro l’impunità, contro i privilegi, contro le disuguaglianze, contro il monopolio governativo dell’informazione televisiva pubblica, contro le false “riforme” che hanno funestato gli ultimi anni.
Saremo presenti sabato, consapevoli che la necessità vitale di una svolta vera della politica italiana deve spingere tutti alla massima convergenza possibile. Tuttavia senza abbandonare mai il rigore di un laico e intransigente confronto.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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