Papa Francesco alla CISL: un nuovo patto sociale per il lavoro

Roma, 28 giugno 2017 – Chissà quanto resisterà ancora la sinistra italiana, o quel che ne resta, agli schiaffi del Papa. Facile per lui anteporre la ragionevolezza, non solo la morale, alle logiche di mercato e alle convinzioni, dure a morire anche in questi tempi di crisi, dei seguaci del TINA (There Is No Alternative). Oggi è stata la volta di un sindacato, la CISL, che tradizionalmente si è riferita a valori e ideali cristiani. Ricevendo stamani in udienza, prima dell’udienza generale, i delegati al 18° congresso nazionale sul tema “Per la persona, per il lavoro”, ha fatto loro un discorso semplice e chiaro, senza quel girare attorno ai problemi che è tipico dei politici ma anche dei monsignori. “È una società stolta e miope – ha detto – quella che costringe gli anziani a lavorare troppo a lungo e obbliga una intera generazione di giovani a non lavorare quando dovrebbero farlo per loro e per tutti. Il 40 per cento di questi ultimi è senza lavoro e “quando i giovani sono fuori dal mondo del lavoro alle imprese mancano energia, entusiasmo, innovazione, gioia di vivere,  preziosi beni comuni che rendono migliore la vita economica e la pubblica felicità”.

Ragionevole, no? Ma il Papa non tiene conto del fatto che  le pensioni, anche con il sistema contributivo, costano oggi allo Stato più di quanto potrebbe ricavare tassando  le miserabili retribuzioni del lavoro precario e ancor più del lavoro nero. E chi per garantire il pareggio del bilancio non vede altra soluzione che tagliare la spesa pubblica piuttosto che imporre inesorabilmente a tutti la progressività delle tasse, che cos’altro può fare se non alzare l’età pensionabile? E’ vero, ci sono le “pensioni d’oro”, ma non sono abbastanza per risolvere il problema. Il Papa, però, che è meno pragmatico dei governi di centrosinistra, sostiene che le pensioni d’oro “sono un’offesa al lavoro non meno grave delle pensioni troppo povere, perché fanno sì che le diseguaglianze del tempo del lavoro diventino perenni”.

Allora? Altro che riformismo e politica dei bonus. “È allora urgente – dice il Papa – un nuovo patto sociale per il lavoro, che riduca le ore di lavoro di chi è nell’ultima stagione lavorativa, per creare lavoro per i giovani che hanno il diritto-dovere di lavorare. Il dono del lavoro è il primo dono dei padri e delle madri ai figli e alle figlie, è il primo patrimonio di una società. È la prima dote con cui li aiutiamo a spiccare il loro volo libero della vita adulta”.

E chi dovrebbe farsi promotore di questo nuovo patto sociale se non i sindacati? Infatti Papa Francesco ce ne ha anche per loro. “Nelle nostre società capitalistiche avanzate il sindacato rischia di smarrire questa sua natura profetica, e diventare troppo simile alle istituzioni e ai poteri, che invece dovrebbe criticare. Il sindacato col passare del tempo ha finito per somigliare troppo alla politica, o meglio, ai partiti politici, al loro linguaggio, al loro stile. E invece, se manca questa tipica e diversa dimensione, anche l’azione dentro le imprese perde forza ed efficacia”. E se il mondo del lavoro è in rapida trasformazione, a maggior ragione, occorre rivedere gli schemi dell’economia di mercato, che ormai da tempo ha cessato di essere “sempre e solo al servizio dell’uomo” come sempre ha predicato la Chiesa. E come, aggiungo io, è scritto a chiare lettere nella nostra Costituzione. “Diciamo economia sociale di mercato, come ci ha insegnato San Giovanni Paolo II: economia sociale di mercato. L’economia ha dimenticato la natura sociale che ha come vocazione, la natura sociale dell’impresa, della vita, dei legami e dei patti.”

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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