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Vergogna Diaz, Italia condannata: chi non vuole punire la tortura?

***di Ennio Remondino, 23 giugno 2017– La Corte europea dei diritti umani condanna di nuovo l’Italia per la «macelleria messicana» di Genova 2001 compiuta dalle forze dell’ordine nella Diaz. «Prevedibile» e non evitata. E la camera accelera sulla legge per il reato di tortura che il Consiglio d’Europa chiede già adesso di cambiare. Lunedì in aula senza correzioni.
Per la seconda volta la Corte di Strasburgo condanna l’Italia per la «macelleria messicana» alla scuola Diaz di Genova della notte tra il 20 e il 21 luglio 2001. La prima durissima sentenza, emessa all’unanimità, era del 2015 e biasimava l’Italia per le torture perpetrate dalle forze dell’ordine nei confronti di cittadini inermi, ma anche per non avere nel proprio ordinamento una legge che punisca la tortura.
La sentenza di oggi ricalca quella prima condanna e arriva un giorno dopo la lettera alle autorità italiane con cui il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, esprime preoccupazioni per il testo ora all’esame del Parlamento italiano.42 le persone di varie nazionalità che hanno presentato ricorso contro le torture subite alla Diaz e per la mancata identificazione dei poliziotti che agirono quella notte (anche la proposta di numeri identificativi, prevista in altri Stati europei, è naufragata nelle polemiche tra le forze politiche italiane).La sentenza stabilisce che i ricorrenti furono torturati, i responsabili non puniti adeguatamente e l’assenza di una norma contro la tortura nell’ordinamento italiano. La Corte di Strasburgo ha inoltre riconosciuto 29 indennizzi che variano dai 45 ai 55 mila euro per danni morali.Davanti ai giudici sono pendenti altri ricorsi incentrati sui fatti della Diaz e di Bolzaneto, la caserma nella quale vennero portate decine di persone prelevate dalla scuola di Genova e che subirono torture e umiliazioni durante tutta la notte. Si tratta di ricorrenti che non hanno rifiutato il patteggiamento offerto dal governo italiano ad altre vittime di Genova 2001.

La legge italiana che forse verrà

Il 26 giugno, giornata che le Nazioni Unite dedicano alle vittime della tortura, è anche il giorno in cui la Camera dei Deputati inizierà a votare la proposta di legge che il Senato ha approvato giusto poche settimane fa. Sono intanto trascorsi sedici anni dalle torture della Diaz e ben ventinove da quando l’Italia ha ratificato la Convenzione Onu contro la tortura che ci obbligava a introdurre nel nostro codice il crimine di tortura. Il tempo passa ma non cambia il modo in cui le istituzioni hanno cercato di non parlare di un delitto che è tanto grave in quanto commesso su persone in stato di soggezione e dalle mani di ‘servitori della democrazia’.

La sentenza di Strasburgo restituisce giustizia a chi non vuole che la memoria e la verità siano violentate. Il numero delle vittime e la gravità delle condanne pongono un problema politico, non solo giuridico ed economico come forse in molti vorrebbero far credere.

Sedici anni dopo, perché tutto quel tempo per una legge che molti giudicano comunque confusa, pasticciata e inadeguata? Risposta come tema libero

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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