Il misterioso incontro di Casaleggio e Salvini

Roma, 16 giugno 2017 – “Vertice segreto Casaleggio-Salvini”, spara la Repubblica. Una decina di giorni fa a Milano. “Chiesto dal leader del Carroccio al figlio del fondatore per fronteggiare lo scenario di un governo Renzi-Berlusconi”. Balle, smentiscono ambedue gli interessati. A cominciare da Casaleggio:”Non ho mai incontrato Salvini. Non ho mai avuto nessun incontro segreto né con lui né con altri rappresentanti della Lega”. Di Maio annuncia querela:” Calabresi ha inventato la fakenews “per coprire il Pd e l’approvazione di un’oscena riforma del processo penale”. “Noi abbiamo fonti certe – replica il direttore del quotidiano – Se Di Maio è convinto che abbiamo detto il falso quereli Repubblica e una volta in tribunale tireremo fuori le fonti e dimostreremo che abbiamo ragione noi”. E a quella di Di Maio si aggiunge la querela di Roberto Fico, presidente della Commissione parlamentare di vigilanza. Qualcuno mente sapendo di mentire. Chi?

Con più di mezzo secolo di professione alle spalle conosco abbastanza bene la legge che impegna giornalisti e editori a “rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse” (art. 2 della legge 3.2.1963 n.69). Anche perché in passato, come consigliere nazionale dell’Ordine e poi presidente del collegio dei probiviri di Stampa Romana sono stato chiamato ad applicarla. Quest’obbligo però non autorizza a scrivere e pubblicare qualunque notizia non verificabile dall’esperienza comune senza impegnare seriamente la propria credibilità. Il diritto del cittadino ad avere un’informazione corretta prevale anche sul dovere di protezione della fonte. Apparire oltre che essere credibili per i giornalisti è un dovere.

Nel caso concreto, se io, cronista o direttore, scrivo o pubblico che Matteo Salvini e Davide Casaleggio si sono incontrati a Milano, non posso essere smentito da entrambi i protagonisti senza produrre alcuna prova che dimostri la mia “lealtà e buona fede” (art. 2 cit.), soprattutto se la notizia assume un particolare significato politico al quale non sono disinteressato. Pena una perdita di credibilità mia e della professione che esercito. Che poi quest’ultima non goda di molto credito nell’opinione degli italiani è rilevato da molti sondaggi ma non mi sembra il caso di rassegnarsi a quella che i sociologi chiamano l’era della “post-verità”. Sta di fatto che oggi la rivelazione di uno scandalo risulta efficace soltanto se documentata da un’intercettazione, altrimenti si limita a rafforzare un pregiudizio esistente. Proprio perché la registrazione di un colloquio non può essere facilmente smentita come la narrazione (o la sintesi) del giornalista, che si può mettere tranquillamente in dubbio.

Per fortuna la credibilità dei politici è ancora minore di quella dei giornalisti e ciò spiega l’ostilità dei primi per tutto ciò che, come le intercettazioni appunto, può documentare una notizia scabrosa. Se il giornalista non dispone di tali prove, basterà all’interessato minacciare una bella querela per diffamazione. Servirà a tamponare lo scandalo rinviando se non altro  la reazione sfavorevole dell’opinione pubblica. Molto giustamente le organizzazioni dei giornalisti hanno rimarcato anche di recente il danno, non solo economico, arrecato soprattutto all’informazione dei cittadini dal moltiplicarsi delle querele temerarie. Sanzionare le quali con una legge è diventato oggi più che mai necessario. Così come tentare di ristabilire l’autorevolezza del giornalismo scoraggiando la competizione che si affida a una corsa improvvisata agli “scoop” o all’enfasi posta nei titoli e nei sommari dei tg  per suggestionare piuttosto che informare lettori e telespettatori.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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