Trump d’Arabia mena fendenti all’impazzata

***di Livio Zanotti, 8 giugno 2017* – I fatti si commentano ormai da soli, stracciano e buttano nel cestino delle regole obsolete e superflue la tradizionale distinzione comandata dal più classico giornalismo anglosassone: la separazione tra notizia e commento. L’attacco terroristico al Parlamento di Teheran e al monumento a Khomeini, i morti e i feriti, seguono a distanza di poche ore l’improvvisa rottura d’ogni relazione di Arabia Saudita e dei suoi alleati nel Consiglio di Cooperazione del Golfo Persico (CCG) -Bahrein, Kuwait, Oman ed Emirati Uniti- con il Qatar, anch’esso membro del Consiglio, che va così in frantumi.
Questa bomba politico-diplomatica e militare che intensifica l’incendio nella regione, viene fatta esplodere subito dopo la visita in Medio Oriente di Donald Trump, che alla monarchia di Riad ha venduto armi per oltre mille milioni di dollari. Il presidente degli Stati Uniti proclama infatti che è tutto merito suo. L’accusa al Qatar è di fiancheggiare l’Iran, dunque di fomentare il terrorismo. Una lettura quanto meno unilaterale. Obbedisce infatti agli interessi strategici dell’Arabia Saudita, sunnita, che con l’acquiescenza d’Israele disputa all’Iran sciita, la supremazia regionale
Ma il Qatar è anche un alleato essenziale degli Stati Uniti, che sul quel territorio del golfo del petrolio mantiene da anni la più importante base militare, con oltre 10mila uomini, reparti speciali, sistemi di guerra elettronica, aerei e carri armati. Così che non è difficile immaginare lo stupore e il disappunto che fondata o meno che sia, la vanteria di Trump ha provocato in alcuni suoi ministri a cominciare da quelli della Difesa e degli Esteri, negli alti comandi del Pentagono, nell’ambasciatrice a Doha, Dana Shell Smith, e tra i più responsabili degli stessi repubblicani al Senato a alla Camera.
Rivendicati dall’Isis ormai costretto in ritirata da Raqqa, la sua città simbolo, gli attentati di Teheran portano definitivamente in superficie le controversie, le ambiguità e i doppi giochi esistiti fin dall’inizio all’interno dell’alleanza che lo combatte alla luce del giorno per rialimentarlo nell’oscurità della notte. Perché in Siria gli americani vogliono cacciare Assad, un alleato storico che i russi non sono disposti a perdere in cambio di niente; così come l’Iran non vuol rinunciare senza contropartite alle pedine degli Hezbollah in Libano e dei Fratelli Musulmani in Egitto e nella striscia di Gaza.
Di questi fattori, pur giocando spregiudicatamente sui fronti di guerra la partita mediorientale, Obama teneva conto e manteneva aperta la via diplomatica al compromesso e a eventuali intese, sebbene parziali e soggette a condizioni. Vedi quella con Teheran. Trump più ancora che voler pericolosamente recidere con la spada nodi ossidati da decenni e decenni, sembra invece menare fendenti all’impazzata. In un’area in cui la densità dei problemi è tale che basta un affondo fuori misura per squilibrare una situazione ogni giorno sul punto di precipitare. Il tutto a un’ora d’aereo da Roma.

***Ildiavolonondormemai.it, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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