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Staino, Gramsci e l’Unità

I colleghi del giornale fondato da Antonio Gramsci hanno sempre avuto la mia solidarietà in questi anni (decenni?) di traversie e continueranno ad averla. Ma sono certo che da tempo abbiano dovuto prendere atto che l’Unità non è (o meglio non era ) un giornale come gli altri. Era un giornale di sinistra e ha venduto copie finché ha avuto lettori di sinistra. Renzi, disfatto il centro sinistra, era probabilmente l’editore meno indicato per riconquistarli. E una volta acquisito il controllo della Rai e il sostegno dei principali quotidiani, un bollettino renziano in più o in meno non avrebbe fatto la differenza. Staino, se vuole provarci ancora con Gramsci, potrebbe tentare di farsi raccomandare da Corbyn. Il quale gli risponderebbe invitandolo a dare una mano ai fuoriusciti dal Pd, che se non altro a Gramsci vogliono bene. E domani chissà. (nandocan)

***Ecco l’editoriale del Cdr sulla prima pagina di oggi:

Lavorare per un giornale che non sarà in edicola, senza essere pagati. Lavorare per un giornale che non c’è: l’Unità. Questa da tre giorni è la nostra condizione – incredibile, umiliante – da quando lo stampatore ha fermato le rotative perché da mesi non viene pagato dall’azienda. Il Comitato di redazione ha chiesto formalmente all’amministratore delegato di avere notizie circa il regolare ritorno in edicola del quotidiano: nessuna risposta. È un silenzio insultante verso chi ogni giorno comunque continua a svolgere il proprio lavoro: una situazione che deve finire quanto prima.
“Da mesi chiediamo, e torniamo a farlo ora con maggiore forza, un piano industriale all’azienda, strumento fondamentale per il rilancio del quotidiano ma, aggiungiamo, per la stessa sussistenza di qualunque impresa che decide di misurarsi sul mercato. Dopo quasi due anni non solo non c’è un piano industriale ma ancora non è stato avviato alcun tavolo di confronto, chiesto anche dalla Federazione Nazionale della Stampa e da Stampa romana, aggravando ulteriormente una situazione finanziaria già molto compromessa. Ieri la redazione riunita in assemblea ha stigmatizzato duramente l’atteggiamento dell’azienda che, neanche di fronte alla decisione dello stampatore di interrompere il proprio servizio, ha ritenuto di dover intraprendere iniziative per garantire il ritorno in edicola quanto prima de l’Unità. Come se non bastasse, senza alcuna comunicazione, l’azienda non ha pagato le retribuzioni dei dipendenti.
Ecco perché l’Assemblea e il Cdr hanno deciso di dedicare questa prima pagina alle vicende che stiamo vivendo (e che non hanno precedenti nell’editoria italiana) e di garantire comunque la fattura del giornale, seppur con una foliazione ridotta, che però potrete leggere soltanto nelle rassegne stampa o con l’abbonamento online. Ricordiamo che per difendere i nostri diritti e la nostra dignità professionale abbiamo scioperato per otto giorni, ricevendo importanti attestati di solidarietà e di sostegno. A cominciare dai presidenti di Senato e Camera, Pietro Grasso e Laura Boldrini che hanno più volte sottolineato l’importanza di un giornale come l’Unità nel panorama editoriale del nostro Paese, non soltanto per la storia che ha rappresentato ma per il ruolo che può ancora oggi avere.
“Ma oggi è necessario che avvengano fatti concreti da parte di chi ha la responsabilità di questa vicenda: ci rivolgiamo al socio di maggioranza, la Piesse, e al socio di minoranza, Eyu (che fa riferimento al Partito democratico), affinché svolgano tutte le azioni necessarie a ripristinare il normale svolgimento delle attività aziendali, il ritorno in edicola del quotidiano, il pagamento delle retribuzioni e un serio piano di rilancio che salvaguardi il futuro de l’Unità, le professionalità esistenti al suo interno e i livelli occupazionali. Inoltre torniamo a chiedere al ministro Luca Lotti, che ha la delega all’editoria, di affrontare la vertenza Unità con la stessa energia riservata in passato ad altre imprese editoriali. Ai nostri lettori, in qualunque modo riescano a leggerci, chiediamo di sostenere la nostra battaglia. Noi continueremo a fare il nostro lavoro per loro. Come sempre, anche se ci hanno impedito di raggiungere le edicole”.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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