Caccia al cristiano, l’Isis vuole lo scontro tra civiltà

Altro che 007! E meno male che il mito cinematografico è passato di moda. Sarebbe l’ora che anche i colleghi giornalisti la piantassero di battezzare con la sigla di James Bond qualunque agente segreto, perfino in Italia. Dopo la brutta figura dei servizi di sicurezza britannici emersa con l’attentato di Manchester, l’epiteto potrebbe essere giudicato quasi offensivo dai colleghi di altri paesi. Non solo. Dopo il vertice di Taormina, anche la retorica della “guerra al terrorismo”, che i nostri telegiornali hanno cercato comunque di venderci come il solo risultato degno di nota di quella inutile parata del potere, andrebbe sostituita con qualcosa di meno minaccioso ma più efficace. Quanto all’annuncio della colossale vendita di armi all’Arabia Saudita realizzata dall’uomo d’affari che occupa la Casa Bianca, finirà per rafforzare nella fantasia malata dei kamikaze islamici la falsa immagine di Davide contro Golia, aiutando l’Isis a diffondere tra gli adepti la menzogna di uno “scontro di civiltà”. Quello a cui fa riferimento l’articolo che segue, pubblicato proprio stamani da RemoContro (nandocan).
 
***di 28 maggio 2017 –  Stendiamo un velo pietoso sulla comparsata di Taormina. Di quello che è stato detto (assai), e di quello che è stato stretto (molto poco), parleremo in seguito. Per ora ci interessa sottolineare l’emergere di uno dei pericoli che avevamo intravisto nei lavori preparatori del G7, e cioè la possibilità di un “overlapping”, cioè di un imbroglio di lingue, data la miriade di problemi scaraventati alla rinfusa sul tavolo dei Grandi.

Dopo gli attentati di Manchester e quello contro i fedeli copti in Egitto, ci sembra che l’ora delle chiacchiere sia finita.

C’è un problema alla base che non è stato ancora risolto. Oggi, per combattere il terrorismo internazionale di matrice islamica (sunnita), ci vogliono meno cannoni e bombarde e più lavoro di intelligence. Esattamente il contrario di quello che sta facendo Mister Trump muovendo i suoi primi passi, alquanto impacciati, in politica estera. “Vincere! E vinceremo”. Questo lo slogan, un po’ sbiadito e scalognato, visto com’è finito l’ultimo che l’ha tirato fuori, che il Presidente degli Stati Uniti ha pronunciato parlando nella enclave americana di Sigonella, dopo il G7.

Siamo alle solite. Dando una mano di vernice sui problemi di più scottante attualità, si pensa di indorare la pillola all’opinione pubblica, sempre più instupidita dagli avvenimenti e sempre più impaurita da eventi che nessuno sembra in grado né di pronosticare e né di bloccare. Quando Trump, per cementare il suo blocco sunnita e per fare business, ha venduto una miliardata di armi all’Arabia Saudita, in effetti ha dimostrato due cose.
Di badare solo al colore dei dollari e di fregarsene altamente delle ripercussioni di una tale politica sui precari equilibri di tutto il Medio Oriente.

Secondo alcuni servizi segreti occidentali, l’attentato di Manchester, ad esempio, ha dimostrato l’estrema vulnerabilità del sistema di sicurezza britannico. Gli ex prestigiosi uffici dell’Emme I5 (affari interni e controspionaggio) e dell’Emme I6 (affari esterni e spionaggio) hanno rivelato, tra la costernazione degli specialisti, che la rete terroristica sul suolo britannico era stata tessuta da tempo e che gli 007 inglesi se ne sono accorti solo a cose fatte.
Lo stesso Salman Abedi, l’attentatore kamikaze che ha colpito durante il concerto, era già conosciuto dalle autorità di polizia, che però lo reputavano “di scarsa pericolosità”.

Il lato tragicomico della vicenda è che mentre gli inglesi giudicavano Abedi una figura minore, i servizi francesi avevano cominciato ad accumulare un vero e proprio dossier su di lui, sottolineandone la pericolosità. Questo tanto per far capire a che punto è in Europa la collaborazione tra le agenzie di intelligence. Cambiando scenario, ma restando sempre nella stessa macro-area di crisi, anche in Egitto i nodi sono venuti al pettine.
L’assalto contro i cristiani copti e il massacro successivo fanno parte di una strategia che abbiamo già ampiamente anticipato e documentato mesi or sono.

L’Isis, molto semplicemente, sta cercando di alimentare lo “scontro tra civiltà” teorizzato lustri or sono da Samuel Huntington. In questa fase, quindi, sparare nel mucchio e colpire i cristiani senza alcun criterio, non fa altro che alimentare la tensione, facendola salire alle stelle. Nel Sinai, i “califfi” stanno facendo mangiare alle truppe del Cairo la polvere e le mani con tutti i gomiti, difendendo strenuamente la loro roccaforte del Monte Jabal Halal, nel cuore della penisola.
Il complesso difensivo è attraversato da una ragnatela di gallerie sotterranee, che lo hanno già fatto soprannominare la “Tora Bora” del Medio Oriente, accomunandolo all’imprendibile rifugio di Osama bin Laden in Asia Centrale.

Così i “capataz” dell’Isis hanno potuto “smontare” e rimontare le cellule beduine che operano nella zona. Considerato che ogni tribù è composta da 100 mila persone, e che nel Sinai ce ne sono una decina, i fondamentalisti hanno rimescolato le brigate, cercando di formare un esercito più omogeneo. L’obiettivo è quello di organizzare un’ondata di attacchi terroristici nel Golfo di Aqaba (Sharm el-Sheik?) e sul Mar Rosso tout-court, colpendo i gangli vitali dell’economia turistica egiziana. A rischio anche il porto israeliano di Eilat.
Gli esperti giudicano “sotto scopa”, comunque, tutta la fascia costiera che arriva fino a Ras Muhamad. E ritengono, come abbiamo già scritto, che lo stesso centro di Aqaba possa essere un bersaglio appetibile per destabilizzare il settore terziario del sistema produttivo giordano.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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