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L’Iran sceglie Rohani e guarda ad occidente

Hassan Rouhani è stato eletto per la seconda volta alla Presidenza dell’Iran. Ha ottenuto, dati del ministero, 14.619.848 preferenze su 25.966.729 elettori, pari al 56,3%. Il suo avversario, il conservatore Ebrahim Raisi, candidato della guida suprema Khamenei, ha avuto 10.125.855 preferenze, il 38,99%. Dopo questa limpida conferma delle aspirazioni democratiche del popolo iraniano, sarebbe ancora più grave tornare indietro rispetto alle aperture di Obama anche al mondo sciita, come pure sembra intenzionato a fare il Presidente Trump nelle  visite in corso ai suoi alleati principali in Medio Oriente, l’Arabia Saudita – dove peraltro non si vota – e Stato di Israele, dove l’Iran  è considerato ancora il nemico principale. Non ho dubbi che Papa Francesco, che lo accoglierà subito dopo in Vaticano, vorrà in questo caso indurlo a miglior consiglio e mi auguro che lo stesso voglia fare il governo italiano a conclusione dell’itinerario. Ma resta la preoccupazione che la pace possa essere condizionata in qualche modo dalle esportazioni record di armi nelle monarchie del golfo sia dall’industria bellica americana che da quella del nostro Paese (nandocan).

***di 20 maggio 2017* – Una consultazione che segnerà il futuro della Repubblica islamica. La scelta tra il riformismo del leader uscente, il presidente Rouhani, che vuole continuare ad aprire all’Occidente e il conservatorismo del candidato della Guida suprema Khamenei. E Rouhani vince la sfida ed è presidente per la seconda volta. Il 70 per cento degli elettori che si è mobilitato per un’elezione presidenziale delicatissima. Ballottaggio fra due candidati che era di fatto un referendum tra le due grandi fazioni in cui si è divisa la politica del Paese.

Da una parte con il presidente uscente Hassan Rouhani, 68 anni, si sono schierati i riformisti, i moderati, i liberali, i giovani e le donne delle città, tutti quelli che sperano che l’Iran continui ad aprire all’Europa e al mondo.
Dall’altra c’era Ebrahim Raisi, un religioso come Rouhani, ma espressione della parte più conservatrice del Paese e del clero. Raisi era sostenuto dalla guida suprema Ayatollah Alì Khamenei, dalle Guardie della rivoluzione, dall’apparato dello Stato ma anche da milioni di cittadini, soprattutto poveri che hanno seguito i messaggi populisti del clero.

Referendum anche sul futuro della Repubblica islamica, scrive Vincenzo Nigro da Teheran su Repubblica. Elementi di timida democratizzazione introdotti nei quattro anni di governo Rouhani. Un processo che se verrà portato avanti, ridurrà gli spazi di manovra del clero sciita.
Memoria storica importante, di fatto gli eredi più o meno legittimi di quel gruppo religioso attorno alla figura dell’Ayatollah Khomeini allora in esilio, che nel 1979 “inventò” la rivoluzione contro lo scià assieme a liberali e comunisti, salvo poi eliminare anche fisicamente dalla scena politica questi gruppi politici che si opponevano al potere assoluto dei mullah.

Vittoria moderata per niente scontata alla vigilia. I conservatori, va ricordato, ancora mantengono il controllo degli apparati della forza, dalla polizia all’intelligence, ai pasdaran. Ebrahim Raisi da circa un anno è stato nominato dalla Guida suprema Khamenei, alla guida della “Astan Quds Razavi”, la fondazione che amministra il santuario sciita dell’Imam Reza a Mashaad, con un impero economico da 13 miliardi di dollari che dà lavoro a 19 mila persone. Spazio di clientela infinito e promesse milionarie, bel quattro milioni di nuovo posti di lavoro, a battere le promesse del populismo italiano.
Rouhani è stato anche più duro, arrivando ad accusare, con qualche rischio personale: “c’è chi vuole mantenere il Paese nella violenza e nell’oppressione”, riferimento chiaro al potere armato delle Guardie, dei basiji paramilitari e del sistema giudiziario, tutti controllati dai conservatori.

Partita storica e strategica ancora aperta in Iran. Vincono riformisti e moderati. Sconfitta e probabile marginalizzazione di conservatori nel sistema di potere del paese. Apertura ad occidente, Trump permettendo. Ma cosa accadrà alla ormai prossima successione di Khamenei come Guida suprema? Rouhani potra influire molto, ma non necessariamente vincere. Sostuire lui stesso Khamenei il giorno in cui la Guida scomparisse. O un suo alleato, vedi Khatami.
Ma nei piani della Guida, la candidatura di Raisi sconfitto, potrebbe essere stata un sorta di investitura per avere un candidato capace in futuro di mantenere ai conservatori la Guida suprema di una Repubblica islamica, vecchia ormai di 40 anni

*da RemoContro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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