Messico, ucciso Valdez, la guerra del narco-stato al giornalismo contro

***di Ennio Remondino, 17 maggio 2017 – Otto vittime da inizio anno, più di un morto al mese nella guerra che quasi nessuno racconta. Caccia al giornalista curioso, in Messico, se sei dalla parte dei narcos che comandano o se denunci in maniera troppo aperta le evidenti complicità dello Stato.

Ieri nello stato nord-occidentale di Sinaloa è stato ucciso Javier Valdez Cardenas, tra i più grandi conoscitori del narcotraffico nel bastione del Chapo Guzman. Collaborava con il giornale La Jornada e aveva fondato il settimanale Riodoce. È stato freddato in pieno giorno di fronte all’edificio del settimanale che aveva fondato.

Poche ore più tardi (nello stato centrale di Jalisco) Sonia Cordova, vice direttrice del giornale locale El Costeño, è stata uccisa nell’auto in cui viaggiava insieme al figlio, anche lui giornalista. Una lunga scia di sangue che sembra non fermarsi: il Messico è uno dei posti più pericolosi al mondo dove fare i giornalisti. Peggio di Siria o Iraq.
Rito delle condoglianze del presidente Peña Nieto e il rifiuto di familiari ed amici. «In Messico serve giustizia». L’impunità, infatti, è la normalità. Le indagini, quando vengono effettuate, non portano a nulla. Per il caso dei sei giornalisti uccisi quest’anno non è ancora stato fermato un solo sospetto.

Ma dal 2000 a oggi, ci ricorda Geraldina Colotti su il manifesto, sono 104 i giornalisti uccisi e altri 25 sono desaparecidos con poca probabilità di essere ritrovati in vita.
Dal 2006, i giornalisti hanno subito 51 attentati. L’anno scorso hanno perso la vita in 11, la cifra più alta di questo secolo. Da quando ha assunto l’incarico l’attuale presidente Henrique Peña Nieto, il 1 dicembre del 2012), sono stati eliminati 38 operatori della comunicazione.

Narco-stato contro narco-giornalismo

L’ultimo libro di Valdez s’intitola ‘NarcoPeriodismo: la prensa en medio del crimen y la denuncia’. Nel volume, il pluripremiato giornalista s’interroga sul senso e sulla speranza della professione di fronte al visibile intreccio tra mafia e politica.
Scrive ne La Jornada: «Non parliamo solo di narcotraffico, una delle nostre minacce più feroci. Parliamo anche di come ci minaccia il governo. Di come viviamo in una redazione infiltrata dal narco, vicino ad alcuni compagni nei quali non si può avere fiducia perché forse passano informazioni al governo o ai delinquenti».
E ancora: «Denunciamo gli imprenditori, i proprietari e i direttori dei media, che mettono al primo posto gli affari, che sono più preoccupati per il guadagno che per raccontare quel che succede nel nostro paese o quel che può accadere ai suoi reporter e ai suoi impiegati».

Il meccanismo di protezione di giornalisti e difensori dei diritti umani è insufficiente – ha dichiarato Amnesty International – e «riflette l’assenza dello Stato in diverse aree». Dal 2006, «oltre 30.000 persone vengono considerate scomparse. Non si sa con certezza quante siano state vittime di sparizioni forzate per mano di agenti dello Stato e quante per mano di agenti non statali».
Il 10 maggio, festa della mamma, è stata ammazzata Miriam Rodriguez, esponente del Colectivo de Desaparecidos di San Fernando, a Tamaulipas. Un messaggio rivolto alle donne, in prima fila nella ricerca degli scomparsi. Miriam ne aveva ritrovati 400 solo nella zona di San Fernando. Il suo impegno era cominciato nel 2012, dopo il sequestro e l’omicidio della figlia, gettata in una fossa comune.
Il Messico vanta anche il triste primato dei femminicidi. Inchieste alternative indicano che i 43 studenti di Ayotzinapa siano stati bruciati nei forni crematori delle caserme militari. «Ma il Segretario dell’Osa, l’organizzazione degli Stati americani, Luis Almagro -sempre Garaldina Colotti- non se ne occupa: preferisce assumere l’ossessione degli Usa contro il Venezuela e Cuba».

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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