L’ossessione di Renzi

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando, durante l’iniziativa ”Alziamo la voce. Diciamo Europa” presso il Tempio di Adriano a Roma, 13 aprile 2017. ANSA/GIORGIO ONORATI

Non so se Walter Veltroni voterà per Renzi piuttosto che per Orlando. Immagino di sì perché il primo è il prodotto conseguente dell’ impostazione e delle regole (andiamo da soli, partito dell’io, segretario premier, cooptazione dall’alto, liste bloccate,ecc) che proprio Waltman ha dato a suo tempo al Pd sull’onda della “vocazione maggioritaria” e al maggioritario. Impostazione che ha cancellato di fatto sia il pluralismo culturale che il ruolo politico dei circoli, così come ogni scambio creativo con il mondo sindacale e associativo che aveva fatto per decenni riferimento alla sinistra.

Per anni i bersaniani hanno lasciato correre, illudendosi sulla possibilità di dare un’alternativa al renzismo senza modificare statuto e regolamenti del Pd, mentre Renzi già provvedeva con una linea politica spregiudicata nei confronti del centrodestra alla trasfusione di sangue “leopoldino” e neo-doroteo nelle vene del partito.

Oggi Orlando si accorge con amarezza che “l’ossessione di Renzi per Il ritorno a Palazzo Chigi rischia di compromettere il rapporto con le altre forze di centrosinistra”. Ma è tardi, per lui come per Emiliano. Il Partito di Renzi non sembra più recuperabile per una politica di centro sinistra. Da tempo ha voltato lo sguardo dall’altra parte, verso una riedizione delle larghe intese con Berlusconi, Alfano e Verdini quando non fosse possibile riuscire ad avere un solo ovile con un solo pastore.

Si sta facendo tardi anche per gli scissionisti (Sinistra italiana, Possibile, Articolo uno-Mdp, Consenso, Campo progressista, ecc) che non sono riusciti ancora a mettersi d’accordo su un coordinamento organizzativo e un programma comune di governo con cui tentare di riconquistare – in competizione coi Cinque Stelle ma anche con un confronto aperto e positivo col loro elettorato – uno spazio significativo in Parlamento, negli enti locali e più in generale nel Paese.

Un programma che faccia riferimento ad orizzonti nuovi e diversi rispetto al passato ideologico,tale da agganciare gli antichi ideali di libertà,uguaglianza, giustizia sociale e solidarietà alle grandi trasformazioni in atto a livello globale ed europeo. Nel mondo del lavoro, nella difesa del territorio e dell’ambiente, per nuovi modelli di produzione e di consumo che tengano conto delle prospettive aperte dalle nuove tecnologie informatiche (Internet delle cose). Per trovare realmente uno sbocco al tunnel in cui ci siamo infilati servono flessibilità mentale, coraggio, determinazione e molta generosità.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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