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The Donald che inizia a far paura

***Di 14 aprile 2017 – Chi  l’avrebbe mai detto? Ora ci tocca pure un presidente americano che affida la sua politica estera (si fa per dire) ai messaggi su Twitter. E che ogni giorno dimostra la sua ignoranza dei complicati scenari internazionali volendo per di più convincerci che lui sistemerà tutto in un batter d’occhio. Roba da far rimpiangere il duo Obama/Clinton. O, se si preferisce, al peggio non c’è mai fine.Spaventa parecchio l’evidente confusione che regna tra i collaboratori più stretti del tycoon.

Allontanato Steve Bannon, si sperava arrivasse un po’ di chiarezza circa gli obiettivi che l’attuale amministrazione persegue. E invece è tutto un susseguirsi di topiche alle quali i trumpiani poi cercano di porre rimedio con scuse tardive e per nulla convincenti. Come nel caso del portavoce, l’ineffabile Sean Spicer, secondo il quale Hitler non ha mai usato i gas (ed è perciò migliore di Assad). E, si noti, ancora nessuna prova certa che il dittatore siriano sia il vero mandante dell’attacco punito con la pioggia di Tomahawk.Ovvio che Spicer è un ignorante, come pure il suo capo, ma non è questo il punto.

Occorre piuttosto chiedersi quali possono essere le conseguenze della presenza a Washington di un gruppo di ignoranti (dal grilletto facile) che è in grado di determinare la politica mondiale grazie all’enorme potenza militare di cui gli Stati Uniti dispongono. Uno scenario hollywoodiano che rammenta, come del resto parecchi avevano già notato ancor prima del successo elettorale del tycoon, il celebre film di Stanley Kubrick “Il dottor Stranamore”.Non si capisce, per esempio, l’affrettato invio della flotta – o “armada” come Trump stesso l’ha definita – nelle acque coreane. Il presidente Usa è davvero disposto a correre il rischio di un conflitto nucleare, scordando che i suoi predecessori l’avevano sempre evitato consci del fatto che un conflitto di quel tipo non può mai essere “limitato”?Il continuo appello all’aiuto cinese lascia il tempo che trova, poiché Pechino non controlla affatto il regime di Kim Jong-un, e sulla salute mentale di quest’ultimo tutti – cinesi inclusi – nutrono seri dubbi. Xi Jinping, sorpreso (e certamente offeso) dall’attacco missilistico anti-Assad lanciato proprio mentre era ospite di Trump in Florida, invita il suo omologo americano alla moderazione, ed è plausibile pensare che eserciti pressioni anche sui nord coreani.

Tuttavia il rischio di una deflagrazione è enorme, e pure i coreani del sud ne sono coscienti. Visto che, atomiche a parte, Seul è assai vicina al confine e quindi esposta alla potente artiglieria di Kim. Come pensi Donald Trump di gestire la situazione è un mistero. Ma forse non ci pensa affatto e crede, come molti ritengono, di essere ancora impegnato in un talk show piuttosto che nel mondo reale. Ed è, purtroppo, una situazione che coinvolge il mondo intero. Un incidente con i russi in Siria o un eventuale attacco in Corea finirebbe per coinvolgere un numero altissimo di nazioni. La politica muscolare a volte può essere utile, ma soltanto se è sorretta da una precisa strategia.

A fronte di tutto ciò vale pure la pena di notare la confusione che regna nel mondo politico Usa in generale. I democratici non si sono ripresi dall’inattesa sconfitta e si stanno ancora leccando le ferite. Dal canto loro i repubblicani sono più che mai divisi ed è evidente che molti di loro continuano a considerare Trump un estraneo. Il resto del mondo occidentale, con l’Europa in testa, non è in grado di condizionare l’attuale amministrazione americana poiché da essa dipende – come accadeva in passato – dal punto di vista militare. Uno scenario, come prima si diceva, hollywoodiano sul piano dello spettacolo, ma terribilmente concreto su quello della vita quotidiana.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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