Un twitt dopo l’altro verso la guerra vera? Corea e ancora Siria

Ennio Remondino è un collega (e un amico) molto esperto di cui mi fido, per questo ripropongo di quando in quando gli articoli del suo quotidiano on line RemoContro, limitandomi ad agevolarne la lettura sottolineando in grassetto le frasi che considero più rilevanti (nandocan)
***di Ennio Remondino, 12 aprile 2017 – Siria – Donald Trump incontenibile, sembra voler sfidare il mondo, prendendolo a schiaffi. Corea, Cina, Siria, Russia, e via strepitando. E ricomincia con la Siria, rompendo l’insolito silenzio che teneva da venerdì, giorno in cui ha ordinato l’attacco missilistico contro la Siria di Assad. Intervista alla tv amica Fox News e il tabloid New York Post. Secondo una imprecisata agenzia di spionaggio -spara Trump- Mosca ha cercato di nascondere le prove dell’attacco chimico della settimana scorsa dal regime di Assad. Ieri Putin aveva di fatto già smentito queste ipotesi nell’incontro con Mattarella, ricordando le storiche bugie Usa sulle armi di distruzione di massa attribuite a Saddam.
Scopo dell’offensiva mediatica è chiarire la posizione dell’amministrazione sulla Siria dopo che per giorni i più stretti collaboratori di Trump, modello armata Brancaleone, avevano detto tutto e il contrario di tutto. Almeno su un punto Trump, frena: “Non stiamo andando in Siria -dice al New York Post- La nostra missione è prima di tutto sconfiggere lo Stato islamico”.
Speranza di qualche chiarimento questa mattina a Mosca durante l’incontro fra il segretario di Stato Usa Rex Tillerson e il suo omologo Sergey Lavrov. Nuova amministrazione Usa dai passi decisamente incerti e, per aiutare Tillerson a gestire la situazione, arriva come numero due del dipartimento di Stato John Sullivan, ex sottosegretario al Commercio con Bush Junior, uno che sa come funziona la macchina del governo Usa.Corea – «La Corea del Nord cerca guai. Se la Cina decide di aiutare sarebbe magnifico. Altrimenti, risolveremo il problema senza di loro!», ha twittato il presidente americano. Un cinguettio dietro l’altro, Trump ci racconta di aver spiegato al collega Xi, il presidente cinese, «che un accordo commerciale con gli Stati Uniti sarà molto meglio per loro se risolvono il problema nordcoreano».
Ricattuccio elegante ma non molto, in attesa di risposta da Pechino.
Replica subito invece Pyongyang, che minaccia «catastrofiche conseguenze» in risposta ad ogni ulteriore provocazione americana, definendo «oltraggiosa» la decisione Usa di dispiegare navi militari nella penisola coreana.Lo scorso 5 aprile, alla vigilia del primo incontro di Trump con il presidente cinese Xi Jinping, Pyongyang aveva lanciato un altro missile balistico nel mar del Giappone. Ma gli esperti non hanno escluso nuove provocazioni in occasione del 105esimo anniversario della nascita del defunto fondatore nordcoreano, Kim II Sung, nonno dell’attuale leader, il prossimo 15 aprile. E se Pechino ha smentito le voci sul dispiegamento di 150.000 uomini al confine con la Corea del Nord, ha comunque detto di seguire «da vicino» gli sviluppi nella penisola coreana. «Riteniamo che alla luce della situazione attuale – ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chungying – tutte le parti dovrebbero mostrare equilibrio ed evitare azioni in grado di far aumentare la tensione».Portavoce spara scemenze

Sean Spicer, sgradevole e prepotente portavoce della Casa Bianca, in un’intervista alla Cnn fa un parallelo fra Adolf Hitler e il presidente siriano Bashar al-Assad. «Non abbiamo usato armi chimiche durante la Seconda Guerra Mondiale. Neanche una persona spregevole come Hitler è caduto al livello di usare le armi chimiche». Peccato che milioni di ebrei siano morti nelle camere a gas dei campi di sterminio nazisti.

Una giornalista che ha chiesto chiarimenti, ed arriva la pezza peggiore del buco: «Hitler non ha usato gas sulla sua gente nello stesso modo in cui lo fa Assad. Portava la gente nei centri dell’Olocausto», delicato modo per definire i campi di sterminio.
La doppia figuraccia di Spicer ha scatenato la rabbia dei democratici, dei social network e del Centro Anna Frank, che ha invocato il licenziamento in tronco del portavoce: in un messaggio pubblicato su Facebook, il direttore esecutivo del centro con sede a New York ha scritto che Spicer «manca dell’integrità» necessaria per la sua posizione. «Ho sbagliato, chiedo scusa».

Abu Ivanka, il ‘leone di Idlib’

Trump che aveva indignato i musulmani del mondo per il divieto di immigrazione da alcuni Paesi islamici che diventa un eroe per una parte di loro. Dall’inaspettato raid americano contro una base siriana del governo di Damasco, per molti sui social arabi il neo presidente americano è diventato un mezzo eroe. Trump è diventato Abu Ivanka all’Amriki, hashtag in arabo #Abu Ivanka, il padre di Ivanka, utilizzando una forma di rispetto nel mondo arabo. Gli è spuntata la barba, simbolo di pietà per i musulmani.

Trump è diventato di tutto: dalla «spada degli arabi» al «leone di Idlib», «luce dei nostri occhi».
Se parte dei social arabi ha visto in Trump un eroe, sia tra gli user siriani sia del resto della regione, rimane chi ha sollevato dubbi: «Ora vi piace Trump, dove sono finiti quelli che dicevano che odia arabi e musulmani?». A prendere una netta posizione in favore dell’azione militare è stata subito l’Arabia Saudita, seguita da tutti i potentati del Golfo tranne l’Oman. Nel week end c’è stata anche una telefonata tra il presidente Trump e il re Salman saudita, in cui il sovrano ha chiaramente sostenuto l’Amministrazione Trump nella sua azione militare.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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