Le dimissioni di Enzo Iacopino, presidente dell’ordine dei giornalisti

**dal Fatto Quotidiano, 16 marzo 2017 – Enzo Iacopino, il presidente dell’Ordine dei giornalisti, si è dimesso come già aveva annunciato nei mesi scorsi. E presentando la sua decisione davanti al Consiglio, ha fatto alcune valutazioni personali sullo stato della professione in Italia: “Il recupero della credibilità della categoria si è rivelato un vero fallimento”, ha detto. Per quanto riguarda il suo mandato invece, ha commentato all’agenzia Ansa: “Considero concluso il mio compito. Era una decisione presa quasi un anno fa: volevo completare il percorso della legge sull’editoria, ora siamo alla fase del decreto attuativo”. Sarà il vicepresidente Santino Franchina a prendere l’interim e a convocare entro 15 giorni l’assemblea per l’elezione del nuovo presidente. Iacopino ha spiegato che “le dimissioni saranno effettive dopo aver espletato alcuni adempimenti”, probabilmente entro lunedì. “Ci sono colleghi che sapranno gestire egregiamente l’impegno necessario”.

Nel suo discorso davanti al Consiglio, Iacopino non si è risparmiato alcune valutazioni sulla stampa in Italia: “Il recupero della credibilità della categoria si è rivelato un vero fallimento”, ha detto. “Prevalgono un gioco perverso e irresponsabile di opposte militanze, il settarismo, la superficialità, le urla, le volgarità. C’è chi si compiace di galleggiare tra gelati e patate. Perfino la trasmissione di segnalazioni ai Consigli di disciplina territoriali, un atto imposto dalle leggi e dalle norme interne, diventa materia per polemiche, alimentate da ‘professori del diritto’ che si dividono equamente tra analfabeti del diritto e oltre”. Il riferimento, tra le altre cose, è alle prime pagine di Libero che l’8 marzo scorso ha titolato “Più patate e meno mimose” e il 10 febbraio invece, per parlare del caso Raggi, ha aperto con “Patata bollente” provocando numerose polemiche.

Iacopino ha anche citato Papa Francesco: “Non so dove siano finiti il rispetto rigoroso per la verità e per la dignità delle persone, al quale ci ha richiamato Papa Francesco. No, non riesco a ritrovarmi più in questo modo di fare informazione. Il ‘padrone’ non è il lettore, come scriveva Indro Montanelli, ma per alcuni l’interesse a volte personale, il business, il burattinaio di riferimento, contribuendo ad alzare barriere, a creare ghetti, ad alimentare un clima che non porterà a nulla di buono per il Paese. Ho provato, ho tentato di evitare questa deriva legata anche a norme che consentono a editori improvvisati non solo di maramaldeggiare sfruttando i colleghi, ma di piegare il bene primario dell’informazione ai loro interessi. Non ne sono stato capace. Scusatemi, se potete. Ne prendo atto e ne traggo, appunto, le conseguenze”. E ha concluso: “Enzo Biagi sosteneva che l’informazione è come l’acquedotto e si impegnava a non portare acqua inquinata nelle case dei suoi lettori. Non mi pare sia così. Non è così. Grazie a tutti, a tutti. Grazie soprattutto a quanti si asterranno – cito Cesare Pavese, senza ipotizzare le sue conclusioni personali – dal fare pettegolezzi. Buona fortuna a tutti voi”.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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