Vai alla barra degli strumenti

Per un mucchio di voucher

Roma, 15 marzo 2017- Ben venga un decreto del governo che limiti l’uso dei voucher all’ambito familiare domestico. Se, come leggo stamani sulla repubblica, a suggerirlo fosse solo la paura di Renzi di affrontare e magari perdere il referendum proposto dalla Cgil e programmato dal consiglio dei ministri di ieri per il 28 maggio, questo sarebbe segno di debolezza e quindi un motivo in più per esserne soddisfatti. Non condivido la delusione di chi aveva pensato di approfittare del voto popolare, magari accompagnandolo a quello per le amministrative, per imporre una nuova sconfitta all’ex premier. Attribuire a una votazione un significato diverso da quello per cui è stata indetta, come in parte è avvenuto col referendum sulla riforma costituzionale, non mi sembra indice di una democrazia matura e corretta.

Non credo neppure che, come commenta sullo stesso quotidiano Francesco Manacorda, accogliere in pieno le richieste del sindacato voglia dire “buttare via il bambino delle riforme assieme all’acqua sporca degli eccessi”. Come per altri interventi sul lavoro inaugurati dal pacchetto Treu – apprendistato e contratti a termine di vario tipo – la buona intenzione di favorire per mezzo dei voucher l’emersione del lavoro nero è stata in questi anni fuorviata e tradita, grazie anche a politiche che ne hanno progressivamente esteso l’uso a ogni tipo di attività e settore produttivo. Dei 10 euro di cui è composto il voucher,  7,5 sono netti e 2,5 da dividere tra INAIL e Gestione separata INPS più un 5% che va al concessionario per il rimborso del servizio. Il contributo previdenziale all’INPS  è utile solo per la pensione, ma anche questo in teoria. Perché, considerata la difficoltà di accumulare una cifra decente con una contribuzione così bassa, i benefici che ne traggono i lavoratori per la vecchiaia sono di fatto insignificanti. E con i voucher non si prevedono ferie, malattie, maternità, tredicesima, quattordicesima e a indennità di disoccupazione. Il lavoratore può essere sempre licenziato perché non è mai stato assunto.

Non c’è nessun obbligo contrattuale per il datore di lavoro. Al di là del massimale previsto per il reddito annuo non è garantita alcuna corrispondenza tra tempo e denaro, tra ore lavorate e retribuzione. Centinaia di milioni di voucher venduti in questi anni dimostrano che la legge lascia tutto lo spazio possibile per un utilizzo indiscriminato. Accade abitualmente che una parte anche notevole del lavoro venga pagata in nero, al di fuori del voucher, e che si lavori senza orari e senza garanzie. La disonestà dei datori di lavoro non viene legittimata ma di sicuro favorita. Anche un’impresa senza dipendenti, come sarebbero quelle previste dal più recente accordo parlamentare peraltro respinto dalla CGIL, può permettersi di sfruttare lavoratori “usa e getta”, magari per pagare le ore di straordinario. Se fossi un marxista direi che i voucher sono l’ultima formula inventata per asservire il lavoro ai tempi, ai metodi e alle necessità del capitale.

Per chiunque vede nel profitto delle imprese l’unica garanzia di prosperità economica e di sviluppo sociale, la deregulation è una strada obbligata. There Is No Alternative (TINA), non c’è alternativa. La sinistra non può seguirli senza rinnegare se stessa e tenta di imporre delle regole. Ma, ahimè, senza curarsi troppo che vengano rispettate. Fatta la legge, trovato l’inganno. Così è accaduto anche per un mucchio di voucher. Altro che “buttare via il bambino delle riforme”. Ci sarà un motivo se non si è riusciti a fare finora una normativa decente contro la corruzione. Anche se questa probabilmente non basterebbe. L’illegalità diffusa in un paese come il nostro e la difficoltà oggettiva, quando non programmata, di assicurare controlli adeguati vorrebbero che di esse il legislatore tenesse conto nella formulazione di ogni articolo di legge. Ma accade esattamente il contrario.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

4 pensieri riguardo “Per un mucchio di voucher

  1. Scrivi: “Centinaia di milioni di voucher venduti in questi anni dimostrano che la legge lascia tutto lo spazio possibile per un utilizzo indiscriminato.”

    Il presidente dell’INPS fa notare che lo 0,4% del lavoro italiano è passato attraverso i voucher. Sono uno strumento interstiziale. Giustamente, se la legge lascia spazio per un utilizzo sbagliato, sarebbe giusto migliorare la legge, perché alle volte, l’uso dei voucher serve.

    L’inutilizzabilità ai fini della pensione è un falso problema. Deriva non dai voucher, ma dallo stato di endemica disoccupazione. E serve anche per non creare convenienza per il lavoro avventizio. Giusto che sia uno dei costi dell’acquisto di un voucher.

    Dalla destra cattolica alla sinistra sedicente radicale, la mancanza di idee fa ricorrere a battaglie che si vogliono simboliche e di bandiera, che non servono a niente se non a nascondere la scarsità di idee o di appeal verso le idee che si professano.

    La questione dei voucher è un esempio. Basterebbe introdurre dei correttivi.

    Anche il Renzi Belzebù è un esempio. Tant’è che – come lo stesso Renzi ha fatto giustamente notare – le storture dei voucher sono state introdotte da uno di quei governi sostenuto dal PD quando era segretario Bersani.

    1. Grazie Andrea. Le storture dei voucher sono state introdotte come tu dici col consenso del Pd guidato da Bersani e aggravate dai governi successivi, compreso quello di Renzi che ne ha esteso l’applicabilità.E il boom del 2016 ne è la conferma.

  2. Scrivi: “Centinaia di milioni di voucher venduti in questi anni dimostrano che la legge lascia tutto lo spazio possibile per un utilizzo indiscriminato.”

    Il presidente dell’INPS fa notare che lo 0,4% del lavoro italiano è passato attraverso i voucher. Sono uno strumento interstiziale. Giustamente, se la legge lascia spazio per un utilizzo sbagliato, sarebbe giusto migliorare la legge, perché alle volte, l’uso dei voucher serve.

    L’inutilizzabilità ai fini della pensione è un falso problema. Deriva non dai voucher, ma dallo stato di endemica disoccupazione. E serve anche per non creare convenienza per il lavoro avventizio. Giusto che sia uno dei costi dell’acquisto di un voucher.

    Dalla destra cattolica alla sinistra sedicente radicale, la mancanza di idee fa ricorrere a battaglie che si vogliono simboliche e di bandiera, che non servono a niente se non a nascondere la scarsità di idee o di appeal verso le idee che si professano.

    La questione dei voucher è un esempio. Basterebbe introdurre dei correttivi.

    Anche il Renzi Belzebù è un esempio. Tant’è che – come lo stesso Renzi ha fatto giustamente notare – le storture dei voucher sono state introdotte da uno di quei governi sostenuto dal PD quando era segretario Bersani.

    1. Grazie Andrea. Le storture dei voucher sono state introdotte come tu dici col consenso del Pd guidato da Bersani e aggravate dai governi successivi, compreso quello di Renzi che ne ha esteso l’applicabilità.E il boom del 2016 ne è la conferma.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: