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Francia, esce l’edizione di Libération scritta da 21 rifugiati

Copiare un’iniziativa editoriale può essere imbarazzante per il direttore di un giornale, capisco. Però mi piacerebbe che al direttore di Repubblica, o del Fatto Quotidiano, o del Corriere della Sera o, perché no, dell’Avvenire o dell’Osservatore Romano venisse in mente la stessa idea che ha avuto a Parigi il direttore di Liberation (nandocan)

***dal Redattore Sociale, 10 marzo 2017 – Sediqa Dowlat viene dall’Afghanistan, “il Paese dove essere donna è un crimine e avere passioni artistiche e culturali è commettere peccato. Eccomi qui, sono una cineasta”. Sediqa, di sé, dice di essere una “figlia delle migrazioni, una migrazione cominciata a 5 anni e mai conclusa”. Vive in Francia dal 2012: “Devo ricominciare da capo: non è facile per una trentenne”. Lamia Abushkiwa ha lasciato Tripoli nel 2014 dopo essere stata aggredita nel tragitto dal posto di lavoro, un ufficio alle Nazioni Unite, verso casa. È sposata con un ragazzo pakistano hanno un figlio nato a Parigi nel 2011, mentre erano in vacanza. Solo lei e il bambino godono, dal 2016, dello status di rifugiato. Dopo un corso d’inglese e un’esperienza in un’agenzia di viaggi, Lamia, che oggi ha 37 anni, è alla ricerca di un lavoro.
Sediqa e Lamia sono due dei 21 rifugiati coinvolti da “Libération”, la storica testata parigina, per la realizzazione del numero speciale “Libé des réfugiés”, uscito in edicola martedì 7 marzo. Un’edizione per raccontare la Francia vista da chi, di solito, non ha diritto di parola. Un’edizione che, per una volta, rendesse i rifugiati soggetti influenti e non oggetti d’attualità. L’idea è venuta al direttore Laurent Joffrin: supportato dall’agenzia pubblicitaria Fred et Farid e con l’aiuto di cinque associazioni che si occupano di accoglienza di migranti (Singa, Français langue d’accueil, Baam, Dom’Asile e Kodiko), Joffrin ha cominciato un paziente lavoro per mettere in piedi una squadra di una ventina di persone, conquistando, piano piano, anche i redattori più reticenti. “Troppo impegnativo, troppo complicato. La destra avrebbe schiacciato l’idea. E poi, spesso, i migranti nemmeno parlano francese”, pensavano. Nulla, però, ha incrinato la volontà del direttore, che ha tirato dritto.
Naturalmente, sono stati stabiliti i criteri di selezione: capire il francese, parlare un po’ d’inglese, amare la scrittura. “I primi candidati sono arrivati da ovunque – scrive Libération –: Siria, Iran, Sudan, Colombia, Russia, Afghanistan, Libia, Ruanda, Kazakhstan, Ciad, Russia. Tutti diplomati. Naturalmente non avevamo la pretesa di essere rappresentativi di tutti i rifugiati arrivati su suolo europeo”. Il 2 febbraio la prima riunione di redazione e il taglio che si delinea: un numero dei rifugiati, non sui rifugiati. Argomento? All’unanimità, viene scelta la campagna presidenziale: “Abbiamo bussato a molte porte, si sono aperte tutte tranne una. Due rifugiati avrebbero voluto intervistare Jean-Luc Mélenchon, il candidato di sinistra, ma ha rifiutato”. In tutto sono stati coinvolti 21 titolari di protezione, dai 20 ai 39 anni.
“Vivo in Francia da 7 anni, ma ogni volta che dico la mia su un tema di attualità non vengo preso sul serio perché gli altri non mi considerano francese – denuncia Rooh Shahsavar, giornalista iraniano 27enne fuggito dal suo Paese nel 2009 con la famiglia –. Ma io abito qui, qui ho ricostruito la mia vita, qui morirò. Grazie a questo progetto abbiamo potuto fare sentire, almeno un po’, la nostra voce”. Omar Ibrahim, artista iraniano di 39 anni arrivato in Francia due anni fa, è d’accordo con Rooh: “Non mi piace essere considerato, prima di tutto, un rifugiato. Scrivere questo numero è stato un modo anche per abbattere qualche pregiudizio”. “Non abbiamo diritto di voto, se ho un’opinione non interessa a nessuno. Siamo quotidianamente discriminati e non sempre considerati esseri umani. Troppo spesso noi rifugiati siamo usati come pedine nelle mani dei politici”, ammonisce Ammar Almaoun, giornalista scappato dalla Siria dopo aver ricevuto diverse minacce di morte. Ammar per “Libédes réfugiés” si è occupato delle pagine culturali.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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