PD. Le varianti del compromesso

Roma, 9 marzo 2017 – Previsioni funeste, per il Pd, quelle di Piero Ignazi sulla Repubblica di ieri. “Le primarie, in queste condizioni, rischiano di essere letteralmente esplosive…il cosiddetto congresso si risolverà in una polveriera. E a raccoglierne i resti provvederà il centro destra”. Chissà se il ragionamento che ha portato l’illustre politologo a queste conclusioni servirà a dare finalmente la sveglia ai democratici e ai progressisti, oltre che ai 5stelle. “Quei giochi a destra”, ha intitolato l’editoriale e il ragionamento è il seguente: tra Berlusconi, Salvini e la Meloni è in corso un gioco delle parti. “Se Forza Italia aderisce ad un governo con il Pd il gioco di squadra prevede che Lega e Fratelli d’Italia facciano opposizione ma senza rompere i ponti con il cavaliere, riservandosi di recuperarlo nel momento in cui l’offerta complessiva del Centrodestra appaia vincente. Lo stesso nell’ipotesi di un accordo con il M5S da parte dei soliti Salvini e Meloni, con Berlusconi che attende nelle retrovie per dare manforte al momento opportuno”. Ecco perché “il conflitto sempre più acceso tra M5S e Pd rischia di avere un beneficiario imprevisto”.

E dei Cinque Stelle parla oggi sulla Stampa di Torino, intervistato da Giuseppe Selvaggiulo, uno dei protagonisti della campagna per il “No” al referendum costituzionale, il  presidente emerito dell’Alta Corte Gustavo Zagrebelsky. Non gli piace l’ostracismo nei loro confronti. Ma pur apprezzando “lo spirito di novità che portano nella vita politica”, non gli piacciono “i settarismi, i riti inquisitoriali che portano alle espulsioni e l’indisponibilità a cercare accordi, mediazioni”. E spiega: “mettersi e mettere in gioco, qui è il problema della democrazia del nostro Paese. La democrazia è il regime del compromesso. Non lo dico io, ma il grande giurista Hans Kelsen. Il punto è: compromessi con chi, con quali contenuti, in vista di che cosa. Non  ogni compromesso è, come si dice, inciucio”. Neppure quello con Berlusconi, dunque, “se non è un compromesso corrotto, sugli interessi”.

Ora pare a tutti evidente che i contenuti del compromesso che dovesse essere proposto prima o dopo le elezioni politiche non potrebbero essere gli stessi con un interlocutore di destra o con uno di sinistra. E logica vorrebbe che la scelta delle cose da fare precedesse e condizionasse quella del partner di governo. Purtroppo non è così per i dem. La conferenza programmatica proposta da Andrea Orlando alla direzione del Pd è stata bocciata dalla maggioranza renziana con l’argomento che la scelta avverrà col congresso. Di fatto avverrà invece con le primarie, aperte a tutti, che Matteo Renzi è convinto di vincere, insieme con la candidatura automatica alla presidenza del consiglio. Zagrebelsky teme che il Pd corra “un gran rischio. Se Renzi, malgrado ciò che sta accadendo, vince le primarie è altissimo il rischio che il partito cada nella fossa, perda definitivamente la sua identità”. Ammesso che ne abbia ancora una, aggiungo io.

In un quadro così sconfortante, possiamo solo aggrapparci alla speranza che a vincere le primarie non sia il figlio di Babbo Renzi ma uno dei suoi sfidanti e che, nel Campo Progressista di Pisapia si riesca a ritrovare la strada che dall’Ulivo di Prodi avrebbe dovuto portare al “partito nuovo” che non c’è stato.  E che un’altra, doverosa, prova di dialogo coi Cinque Stelle abbia più fortuna della prima.

Sta di fatto che nel Pd di oggi si procede solo con ambedue gli occhi puntati sulla grande sfida del 30 aprile. Renzi insiste perché la legge elettorale sia definita prima di quella data, probabilmente non gli è indifferente se il premio di maggioranza e la gestione delle candidature alle Camere andrà a lui o ad uno dei suoi sfidanti. Mentre questi ultimi e probabilmente anche Gentiloni vorrebbero invece il contrario. Così le riforme e le misure economiche, che il presidente del Consiglio vorrebbe anticipare, Renzi tenta invece di rimandarle a quando, dopo la legittimazione delle primarie, potrà intervenire da vincitore con ben altro peso. Guai poi se provvedimenti impopolari come quelli relativi alle tasse dovessero aggravare la sua personale impopolarità. Tutto questo avviene nel silenzio più assoluto sulle politiche da adottare (o che altri adotteranno per noi) in Italia, in Europa e nel mondo. In nome del pragmatismo.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

5 pensieri riguardo “PD. Le varianti del compromesso

  1. “E che un’altra, doverosa, prova di dialogo coi Cinque Stelle abbia più fortuna della prima.”

    I 5 stelle non dialogano perché se lo facessero cadrebbe la loro forza. Non lo fanno anche per ragioni ideologiche.

    Non hanno trattato con Bersani quando era evidente che serviva all’Italia e a loro ancor prima di Bersani.

    Solo che loro sono figli del disprezzo per la costituzione, nella parte in cui parla dei partiti. Sono anche contro l’articolo 67 (sul vincolo di mandato).

    Rappresentano la rabbia per un paese che è stato gestito male. Ma rappresentare la rabbia non significa averci ragione. E’ pieno il mondo e la storia di dittatori che hanno interpretato la rabbia.

    Quindi, cercare il dialogo con loro è doveroso – così come lo è stato farlo con tutte le altre forze in parlamento. Ma se non ci si accorda con loro su niente è perché sono fascistoidi. La cosa non è subito chiara perché prevale l’incompetenza. Ma stanno imparando, e questo tratto lo si vede chiaramente, se solo lo si vuole

  2. “E che un’altra, doverosa, prova di dialogo coi Cinque Stelle abbia più fortuna della prima.”

    I 5 stelle non dialogano perché se lo facessero cadrebbe la loro forza. Non lo fanno anche per ragioni ideologiche.

    Non hanno trattato con Bersani quando era evidente che serviva all’Italia e a loro ancor prima di Bersani.

    Solo che loro sono figli del disprezzo per la costituzione, nella parte in cui parla dei partiti. Sono anche contro l’articolo 67 (sul vincolo di mandato).

    Rappresentano la rabbia per un paese che è stato gestito male. Ma rappresentare la rabbia non significa averci ragione. E’ pieno il mondo e la storia di dittatori che hanno interpretato la rabbia.

    Quindi, cercare il dialogo con loro è doveroso – così come lo è stato farlo con tutte le altre forze in parlamento. Ma se non ci si accorda con loro su niente è perché sono fascistoidi. La cosa non è subito chiara perché prevale l’incompetenza. Ma stanno imparando, e questo tratto lo si vede chiaramente, se solo lo si vuole

    1. E’ probabile che i fascistoidi ci siano, lì come altrove, e può darsi anche che il compito, peraltro oggettivamente utile, di rappresentare la rabbia ne abbia rafforzato la presenza all’interno del movimento. Ma lì ci sono anche tanti ex compagni delusi e sono sicuro altre persone per bene che attendono una sinistra credibile per aprire un confronto.

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