#LottoMarzo: sciopero globale in 51 Paesi del mondo

Non ho idea di quante donne sciopereranno domani in Italia, se e dove lo faranno. Certo i motivi non mancherebbero. L’ultimo ci viene offerto oggi da un rapporto del  Censis  sul lavoro femminile nel nostro paese, citato poco fa dal Redattore Sociale. Sfatato il mito del part time come libera scelta delle donne che vogliono dedicare più tempo alla famiglia. In Italia sono 3.105.000 le donne che hanno un lavoro a tempo parziale, il 32,6% delle occupate. Ma per 1.817.000 di loro (più della metà: il 58,5%) si tratta di un part time involontario, che hanno dovuto accettare per la mancanza di offerte di lavoro a tempo pieno. Più in generale, dal 2008 a oggi le donne che hanno scelto liberamente il part time sono diminuite del 20,9%, mentre il part time involontario ha registrato un incremento del 91,6%. Oggi siamo al terz’ultimo posto in Europa, seguiti solo da Cipro e Grecia. In Germania le donne costrette al part time per mancanza di alternative full time sono solo il 12,1% e nel Regno Unito il 13,3%. Buon #lottomarzo a tutte le lettrici di nandocan.

***di Tiziana Barillà (da Left), 7 marzo 2017 – #Lottomarzo è già cominciato. Alle 14 (ora italiana), infatti, in Australia è già scattata la mezzanotte dell’8 marzo. Per l’Italia manca ancora qualche ora, ma lo sciopero è globale e, incrociando le adesioni su internet, siamo arrivati a contare 51 Paesi in cui le donne scenderanno in piazza.

Sfatiamo il primo mito. Quello che ci vuole convinte che nel mondo ci siano 7 donne per ogni uomo. Non è affatto vero. Anzi, sulla terra ci sono più uomini che donne, per la precisione: 3,7 miliardi di uomini e 3,64 miliardi di donne, quindi c’è “un uomo virgola otto” per ogni donna. Il sorpasso è avvenuto nel 1962, e la forbice si è allargata con il passare degli anni. Come mai? Innanzitutto, per via della discriminazione di genere. Nella maggior parte dei Paesi infatti la maggioranza della popolazione è femminile, ma le politiche di due Paesi sono in grado da sole di provocare lo squilibrio mondiale: la Cina e l’India, dove si registrano alti tassi di infanticidio (soprattutto sulle neonate) e di aborti selettivi in base al sesso del nascituro. Non a caso la Cina ha quasi 50 milioni di uomini in più rispetto alle donne e l’India 43 milioni (anche se il record lo detengono gli Emirati Arabi Uniti con 274 uomini ogni 100 donne), mentre la nazione in cui, in assoluto, vivono più donne è la Martinica, dove ci sono 84,5 uomini per ogni 100 donne.
Né Cina né India sono, purtroppo, nell’elenco dei Paesi in cui le donne hanno aderito allo sciopero dell’8 marzo.
Ma dei circa 196 Paesi in cui si divide il mondo, sono 51 quelli in cui le donne scenderanno in piazza. La lista continua a crescere, quando manca ormai una manciata di ore al grande giorno. E, alla vigilia, le donne argentine tornano a scrivere alle donne di tutto il mondo, ecco un estratto.

Dallo scorso 19 ottobre, quando convocammo il primo sciopero nazionale delle donne fuori dalle strutture sindacali, un’idea è andata passando di bocca in bocca senza riconoscere frontiere né distanze: organizzare una misura di forza comune per ridare significato all’8 marzo, giornata internazionale delle donne. Lo sciopero internazionale delle donne è adesso un fatto. Questo 8 marzo non poterà dei fiori a noi altre, ma uno sciopero e una mobilitazione, in Argentina, in America Latina e in altri Paesi del mondo. Dalla Thailandia al Cile, dalla Polonia alla Corea del Sud, dai territori maya fino a quelli dei mapuches, in molte lingue, con le modalità che ognuna avrà scelto, con le rivendicazioni e le esigenze che sono state elaborate in ogni angolo, le assemblee si sono succedute nelle estati del Sud e negli inverni del Nord, sfidando l’idea del possibile, appropriandosi dello strumento dello sciopero perché le nostre richieste sono urgenti.

Perché la violenza machista non si placa e giorno dopo giorno siamo costrette a piangere le vittime di femminicidi ogni volta più crudeli mentre l’inattività dello Stato ci lascia tutte senza alcuna protezione. Per questo facciamo dello sciopero delle donne una misura ampia e attualizzata, capace di dare rifugio alle occupate e alle disoccupate, alle salariate e a chi vive di sussidi, alle lavoratrici in proprio e alle studentesse; poiché siamo lavoratrici e dobbiamo difendere le nostre vite e le nostre decisioni, noi scioperiamo.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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