Trump al Congresso, nulla di moderato

…tranne i toni. Sul personaggio è inutile farsi delle illusioni, come del resto sulla maggior parte dei suoi ministri. Meglio contare sugli anticorpi della democrazia americana e augurarsi che siano sufficienti a frenare, almeno in parte, l’arroganza del suo potere e gli intenti imperialistici del suo programma di governo (nandocan)

***di Martino Mazzonis (da Left), 1 marzo 2017  – Se vi capiterà di leggere più di un articolo sul discorso di Donald Trump davanti al Congresso degli Stati Uniti, probabilmente leggerete che il presidente ha finalmente fatto il presidente, mostrando una faccia moderata. Non è così. Certo, una notizia è che Donald Trump si è finalmente comportato bene, non ha insultato nessuno, non ha attaccato i media, né gli avversari politici. L’altra notizia è che, sebbene con toni meno aggressivi del solito, la sostanza politica, nella sua prima performance istituzionale – dopo il discorso inaugurale – non cambia: il suo è un programma nazionalista e populista di destra. E il partito repubblicano, che sembrava preoccupato dalla sua presidenza, è con lui. (qui il discorso completo)

La prima volta davanti alle camere riunite del Congresso era una grande occasione per uscire finalmente dal campaign mode e per mostrare la volontà di lavorare con il Parlamento per produrre leggi. In teoria lo ha fatto. In pratica meno. Su immigrazione, tasse, scuola, riforma sanitaria, spese militari, Trump non cambia di una virgola, salvo dire: «Chiedo a democratici e repubblicani di lavorare con me». Per poi aggiungere «per eliminare e sostituire quel disastro che è Obamacare». Certo, Trump ha cominciato ricordando l’importanza del Black History Month, il mese che celebra la storia degli afroamericani, condannato gli attacchi ai cimiteri ebraici – che si sono moltiplicati da quando è stato eletto – e l’uccisione di un ingegnere indiano da parte di un estremista che sparando ha gridato «torna al tuo Paese». Ci mancherebbe, Trump non è Hitler e non vuole diventarlo. Ma se ha cominciato il discorso così è per riparare ai silenzi e alle gaffe dei giorni scorsi, non perché quei temi gli stiano davvero a cuore.
Trump parla di riforma dell’immigrazione fatta in Congresso, sostenendo di voler incentivare quella qualificata e chiudere agli altri. Sarebbe già un passo avanti, ma sull’idea di cacciare i clandestini (11 milioni di persone) non si muove di un millimetro. Quel che gli sta a cuore è costruire il muro con il Messico, chiudere le frontiere all’immigrazione e applicare in maniera restrittiva la legge: «L’America deve mettere prima i suoi cittadini, perché solo così possiamo farla ridiventare grande. A chiunque in Congresso dica che le leggi non vanno applicate chiedo: cosa direte alle famiglie che perdono il reddito, il lavoro, i loro cari?». Ovvero: ci rubano il lavoro, le donne, sono criminali. Solo detto senza parlare di bad hombres, canaglie.
Se ci fossero dubbi sulla retorica pericolosa del presidente, l’esempio perfetto che nulla è cambiato è l’annuncio della creazione di un ufficio, denominato Voice, che pubblicherà le liste di tutti i crimini commessi dagli immigrati – anche regolari, probabilmente – una specie di lista nera. Del resto, su Breibart News, il sito diretto da Steve Bannon c’è una sezione che si chiama Black List che elenca i crimini commessi dagli afroamericani. Le liste, nella storia, non sono mai state una buona cosa.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
Vai alla barra degli strumenti