Il popolo della sinistra che non c’è

Bene ha fatto Vanni Capoccia a ricordarlo. Anche a quei leaders politici più o meno illustri che in questi giorni stanno lasciando il Pd per dare vita ad una nuova formazione politica. Non è soltanto la delusione per la politica del governo Renzi che ha fatto crollare in questi anni il numero degli elettori e degli iscritti. La frustrazione della base per la presa di coscienza della propria irrilevanza nelle decisioni del Capo, il disprezzo evidente di una partecipazione democratica che andasse al di là del volantinaggio o delle code ai gazebo, le compagnie di giro dei talk show in luogo della consultazione dei circoli, dei sindacati e delle tante associazioni che alla sinistra fanno riferimento, sono tutti errori gravi da non ripetere. Un malcostume democratico che Matteo Renzi, circondato dal suo “giglio magico”, ha esasperato più di quanto avessero già fatto i capi corrente, nazionali e locali, che lo hanno preceduto sulla via del personalismo. E non è affatto strano che questo malcostume si imponga più facilmente nei partiti di governo, dove è maggiore la confusione tra gli incarichi di partito e quelli nelle istituzioni. Una certa dose di professionismo nella politica è utile e necessaria, purché non venga mai sottratta alla vigilanza permanente di chi quella professione non pratica. Ci auguriamo che almeno nella costituenda nuova sinistra, nel “campo progressista” come  nelle diverse formazioni politiche, vecchie e nuove, che  vi confluiranno  si ristabilisca quel flusso reciproco di idee e di proposte tra il popolo e i suoi rappresentanti senza il quale la democrazia si fa inevitabilmente “democratura” (nandocan).

***di Vanni Capoccia, 20 febbraio 2017* – “il nostro popolo non ci capirebbe” “dobbiamo ascoltare il nostro popolo” “il popolo della sinistra ci vuole uniti” “fermiamoci, ce lo chiede il nostro popolo” e così via nella retorica del popolo sta andando avanti il dibattito nel Pd tra renziani e sinistra.…

Ma quale popolo? Il popolo in un partito è un insieme di persone unite tra loro da passioni, idee, volontà, interessi che agisce visibilmente e con costanza nelle città, nei quartieri, nei luoghi di lavoro. Persone connesse sentimentalmente tra loro e con i dirigenti che si sono scelti o hanno semplicemente votato.

Nel Pd, sia quello di Renzi che quello di sinistra, e nella variegata piccola galassia alla sua sinistra tendono a confondere il popolo con le preferenze e le percentuali prese o che aspirano a prendere alle elezioni. Le percentuali e le preferenze, non il numero di voti che quelli come gli iscritti calano inesorabilmente per tutti: elezione dopo elezione, anno dopo anno.

Abito in Umbria, una regione dove il popolo della sinistra come soggetto politico sentimentale e cognitivo era visibilissimo e forte. Era egemone ma, appunto, lo era. Da anni quel popolo non esiste più. Nel mio quartiere in un ex negozio c’è un circolo del Pd. Ci passo davanti quasi ogni giorno da anni. Ho visto da un giorno all’altro l’insegna esterna prendere i vari nomi che via via prendeva il partito. Ho visto cambiare il nome dell’intestatario cui il circolo era dedicato. Ho visto anche ad ogni elezione comparire attaccati alla vetrina manifesti elettorali. Non ci ho mai visto dentro persone riunite a discutere, che io ricordi non ci ho visto mai qualcuno dentro. Una scatola inesorabilmente vuota, triste metafora di qualcosa più grande di lei.

Nel “piccolo big bang” nel quale in questi giorni è coinvolta la sinistra in Italia (forse non a caso segue il “grande big bang” causato nel mondo dall’elezione di Trump) per tutti quelli che ora stanno organizzando partiti, movimenti, associazioni o come cavolo decideranno di chiamarli credo che il vero problema sia quello di connettersi sentimentalmente con il Paese, individuando un progetto per l’Italia centrato su uno sviluppo che riduca precariato, disuguaglianze e combatta povertà.

Potranno farlo se riusciranno a far nascere un proprio popolo. Un soggetto politico (piccolo o grande che sia) sentimentale, cognitivo e pensante, visibile ed agente in tutto il Paese a partire dalle periferie: sia quelle urbanistiche abbandonate a se stesse nelle nostre città; sia quelle sociali dei giovani senza speranza e senza futuro, delle donne e uomini scaricati nei call center nel precariato a vita nelle finte partite Iva, dei vecchi la cui assistenza è scaricata su figli a loro volta anziani, delle persone che non ce l’hanno fatta.

*da ALGANEWS, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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