Perché la scissione (risposta a Calabresi)

Roma, 17 febbraio 2017 – Sconcerto, stupore, indignazione. Mi rendo conto di quanto possa essere difficile, per chi non ha mai messo piede in un circolo del Pd, comprendere le ragioni del suo dibattito interno. Di certo i media potrebbero fare qualcosa di più che stuzzicare o fingere di condividere le reazioni superficiali della gente. In pochi ci provano e ancora meno sono i lettori interessati all’approfondimento. Sulla repubblica di oggi, il direttore Mario Calabresi, anziché arricchire la conoscenza sulle probabili cause di una scissione, si limita a presentarla come “una scelta irresponsabile”. “Non esiste un solo motivo razionale per spaccare il Pd”, attacca il suo editoriale. Forse ha solo dimenticato di cercarli, i motivi.

“Fermatevi, non trasformiamo il congresso in una rapida e immediata conta”. Strano che ne’ Calabresi ne’ altri commentatori comprendano che proprio in questo disperato appello di Bersani è nascosto il vero, razionale motivo per cui ne’ lui ne’ gli altri esponenti della minoranza possono accettare di andare a un congresso subito con le regole attuali. Vi accenna soltanto, intervistato dallo stesso giornale, il sindaco di Bologna, Virginio Merola: “Di cosa ha paura Bersani? Che con questo statuto vinca Renzi? Allora non andiamo da nessuna parte”. Ma che vuol dire? Si può cercare di cambiare, anzi stravolgere, la Costituzione ma non le regole interne di un partito che, con il loro impianto iper-maggioritario, l’emarginazione dei circoli e la cooptazione dall’alto dei quadri dirigenti, hanno di fatto soffocato finora la dialettica interna? Eccolo il motivo: la conta subito, e con queste regole,  dimostrerebbe solo che la sinistra è già uscita dalla casa comune. Gli iscritti del 2007 che facevano riferimento ai Ds l’hanno abbandonata e oggi gran parte di loro si trovano tra i delusi dalla politica o nella diaspora della sinistra radicale oppure tra i 5 stelle.

Iscritti ed elettori. Quanto ai primi, basterebbe che la segreteria pubblicasse un elenco di quanti non hanno rinnovato la tessera negli anni scorsi e a fianco quella dei pochi, per lo più di provenienza centrista, che li hanno sostituiti. Il Partito Democratico di oggi non ha più niente a che vedere con quello di 10 anni fa. E’ già il PdR, come più volte ha informato Ilvo Diamanti, sempre su repubblica. Tanto che il nome Renzi veniva usato fino a qualche settimana fa, soprattutto in televisione, come sinonimo del Pd. Così nessuno sa più che cosa sia in realtà quel partito, quali programmi abbia, quali siano i blocchi sociali di riferimento dato che viene apprezzato dalla Confindustria e non dai sindacati, votato nei primi municipi e non nelle periferie.

Apprezzabile la sua predica, direttore Calabresi. Ma per ricostruire una piattaforma che consenta il ritorno e la riconciliazione nel Pd di quanti si sentono traditi dalla politica renziana di questi anni la minoranza chiede almeno cinque o sei mesi per un serio confronto, soprattutto di base. Sui grandi mutamenti sociali, economici, culturali e politici intervenuti nel Paese, in Europa, nel mondo. Sulle prospettive che si aprono con l’abortire della globalizzazione nei frutti amari del nazionalismo, della xenofobia, della disoccupazione diffusa, della crescita delle disuguaglianze. La conferenza programmatica proposta dal ministro Orlando non potrebbe essere soltanto un’operazione di calendario.

Ovviamente non basta il dibattito, serve anche una riorganizzazione radicale del partito, che non si esaurisca in un compromesso fra leader ma restituisca voce e potere ai circoli, ai corpi intermedi, al mondo delle associazioni, della cultura e del volontariato, alle competenze diffuse nel territorio. E’ quello che stanno provando a fare i nuovi soggetti politici nati dalla diaspora del Pd e dai comitati per il No al referendum, D’Alema con Consenso e Pisapia con il “Campo progressista”. Concludendo, serve una verifica in profondità delle ragioni che potrebbero tenere insieme il centro sinistra. Matteo Renzi ha dimostrato di non essere la persona più indicata per farle valere.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

7 pensieri riguardo “Perché la scissione (risposta a Calabresi)

  1. Ieri a Otto e mezzo ho sentito Gianrico Carofiglio e Paolo Mieli attaccarsi alla norma dello Statuto che prevede che il Congresso venga convocato entro quattro mesi dalle dimissioni del segretario. Renzi e i suoi fedelissimi più volte non hanno rispettato lo Statuto (se serve posso citare diversi casi del genere), ma Carofiglio e Mieli hanno richiesto il rispetto dello Statuto stesso, e in particolare della norma che, in caso di dimissioni del segretario, prevede che si debba tenere il Congresso entro quattro mesi. E’ vero, esiste quella norma, ed è giusto rispettarla, ma, se si fosse d’accordo, per rispettare davvero lo Statuto si potrebbe fare come ha proposto il ministro Orlando: indire una conferenza programmatica (che fra l’altro l’articolo 26 dello Statuto, che naturalmente non è stato rispettato, stabilisce che sia tenuta ogni anno) e solo al termine di questa il segretario si potrebbe dimettere, e allora entro quattro mesi si potrebbe tenere il Congresso. Come al solito: si rispetta lo Statuto solo quando fa comodo. Quante volte, nei tre anni ormai trascorsi della Segreteria Renzi, si è tenuta la Conferenza programmatica, che l’art. 26 dello Statuto afferma che si sarebbe dovuta tenere ogni anno? Art. 26, comma 1: “Ogni anno il Partito Democratico indice la propria conferenza programmatica …”. Eppure ci sarebbe stato bisogno di discutere con la base le cose nuove che Renzi stava facendo: “Sui temi prescelti, il Segretario nazionale presenta, entro il termine previsto dal Regolamento, brevi documenti da porre alla base della discussione in tutte le organizzazioni del Partito Democratico, tra gli iscritti e gli elettori.” Perché buona scuola e Jobs Act, ma anche riforma elettorale e Costituzionale, non sono state oggetto di una conferenza programmatica? Perché questa norma non serviva al capo, e quindi non si è rispettata. Quella dei quattro mesi, invece, gli serve e allora va assolutamente rispettata.

    1. Condivido, naturalmente. Anche i referendum tra gli iscritti, che lo statuto prevede, sono stati sempre ignorati, come tutto quello che in parte controbilanciava lo strapotere riconosciuto ai vertici del partito. Spiace che una persona per bene e intelligente come Carofiglio si sia lasciata coinvolgere da un’argomentazione di comodo.

  2. Orfini ha riassunto perfettamente il gioco di potere della vecchia guardia del PD: pretendere di scegliere chi puo’ fare il segretario , imponendo che Renzi non possa esserlo piu’.

    Chiediamo a chi vota PD chi vogliono con il congresso e chiudiamo questa farsa prima delle amministrative per non andare a votare come al referendum con il partito diviso in due e perderle….

    https://www.facebook.com/orfinimatteo/posts/1077642195696603

    1. Non so se chi ha scritto questo commento, un ultra renziano rigorosamente anonimo, abbia seguito con attenzione anche l’intervento dell’ex segretario Epifani all’assemblea nazionale del Pd. Alle contestazioni di merito che sono state fatte alla politica di Renzi non è stata data nessuna risposta. Parlare di farsa a proposito del dibattito in corso nel partito la dice lunga sulla sensibilità democratica di costui. Quanto alle primarie, ben vengano, purché non siano queste a diventare una farsa se non sarà possibile limitare il diritto di voto agli elettori del Pd e soprattutto se i competitori di Renzi non saranno messi in grado di competere per la segreteria nazionale in condizioni di parità.

      1. Interessante il commento sulla sensibilita’ democratica, usato per non entrare piu’ di tanto nel merito ma per denigrare chi esprime un opinione diversa su questo blog.

        La sensibilita’ democratica e’ proprio un tema di riflessione serio che e’ mancato nell’assemblea ed e’ stato usato come una clava.
        E’ certamente lecito confrontarsi in congresso, in direzione o in assemblea su temi ed idee con proposte diverse, poi pero’ si vota e si sceglie. La vera domanda è se è democratico che una minoranza si rifiuti di seguire la maggioranza e contrasti il suo stesso partito.
        Sentire ora criticare Renzi e Orfini per mancanza di democrazia da chi non ha accettato le decisioni della maggioranza e’ abbastanza fastidioso.

        Ci sara’ un congresso in cui i candidati a segretario si confronteranno sulle idee e poi si voterà, il risultato andrà accettato democraticamente da tutti.

        Quotando Epifani “per stare dentro un partito ci vuole rispetto, rispetto per chi si batte giorno dopo giorno non per indebolire ma per fare più forte il progetto comune per cui tutti abbiamo lavorato” , vale anche per la minoranza che purtroppo ha brindato all’ultimo refendum e che ha minacciato le carte bollate per fare subito il congresso (Emiliano) che ora non va piu’ bene.

        Spero che ci sia lo spazio per tenere insieme le due anime del partito, ma si torna alla domanda fatta piu’ sopra: e’ capace la minoranza di comportarsi democraticamente e accettare le decisioni della maggioranza? Ai tempi della ditta era lo standard.

        Le elezioni amministrative sono alle porte e sarebbe bello provare a fare chiarezza interna vincerle insieme, ma sembra che questo non interessi a nessuno e questo, purtroppo, conferma quanto scritto da Orfini.

      2. Lei (ma le resta così difficile firmare con il suo nome?) continua ad eludere le questioni di merito che ho rapidamente indicato nel mio articolo. Bastano quelle perché, a mio modesto parere s’intende, tutte le sue argomentazioni risultino astratte e retoriche.In una sinistra democratica ci sono scelte che hanno diritto di cittadinanza e altre no, il rapporto maggioranza-minoranza non può sostituire l’identità del Partito (che vuol dire di parte), altrimenti la scissione è dolorosa ma inevitabile. Infatti la scissione non è stata in assemblea ma nel Paese, che ha chiaramente dimostrato con il voto al referendum (ma prima ancora su altri fronti importanti come quelli del lavoro, dei giovani e della scuola) che l’elettorato del Pd non è più lo stesso. Renzi ha “straperso” (per usare una sua espressione) nel Paese, è lì che può cercare di riconquistare la fiducia dei lavoratori, non con il trucco di una rapida conta ai gazebo dove può votare chi vuole. Con quella ha già governato tre anni e ha fallito.

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