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Francia, non solo populismo ma nuove idee e belle teste

Thomas Piketty

Grazie a Massimo Nava che, da Remocontro prova a scongiurare l’incubo del lepenismo con qualche fondato motivo di speranza. Aprire alla società per cambiare la politica. Ne avremmo bisogno anche in Italia, chissà se c’è ancora tempo (nandocan).

***di Massimo Nava 14 febbraio 2017 – Non é detto che le utopie – lo dice la parola stessa – siano davvero irrealizzabili.
Finora, si é sperato di ottenere risultati migliori correggendo le stesse politiche. E se provassimo a cambiare politiche?
Fra tutti i segnali allarmanti e negativi che arrivano dalla Francia elettorale – il populismo, il razzismo, la minaccia di uscire dall’euro, il fenomeno Marine Le Pen in testa nei sondaggi, etc – c’é almeno questa grande voglia di riflettere su altre strade possibili.

Thomas Piketty é l’economista piú innovativo e di maggior successo del momento.
Per quanto discutibile, e discusso, il suo successo e le sue idee si sono inserite con prepotenza nella galleria di intellettuali e opinionisti – Huellebeq, Finkelkraut, Zemur e altri – che hanno costruito fama e successo su un’idea difensiva di Francia assediata, in declino, in crisi di valori, travolta da ondate migratorie e correnti islamiste.

Anche Emmanuel Macron, in ascesa nei sondaggi, é uscito dagli schemi.
Per comoditá (o pigrizia) giornalistica, anch’io l’ho definito lib/lab, l’uomo che avanza al centro, il leader che spera di conquistare pezzi di destra e di sinistra.
In effetti il suo programma é ancora abbastanza confuso e indecifrabile, anche se ci sta lavorando un altro degli economisti europei piú stimati, Pisani Ferry, del centro studi di Bruges.

La grande novitá é il metodo, la voglia di costruire un progetto e un programma non sulla base di un’idea di partito o di una concezione culturale/politica onnicomprensiva ma attraverso la consultazione di settori e categorie della societá di oggi, sempre piú parcellizzata e complessa.
Come si fa a tenere insieme industria e ecologia, una societá anziana e giovani disoccupati, trasporto pubblico e auto di lusso, divertimento colto e precariato, competitivitá e solidarietá, aperture multirazziali e sicurezza?
Come mettere d’accordo le direttive europee e l’esigenza di investire nel pubblico, come cambiare l’Europa senza respingerla?

E’ un azzardo, una scommessa complicata, ma può essere vincente. Al punto che non sarebbe cosi impensabile che Macron e Hamon finissero per convergere, in una sorta di moderno fronte repubblicano che allontani l’incubo del Front National.
Incubo sempre piú probabile, dato lo stato comatoso del centro destra, il cui candidato François Fillon appare sempre meno credibile e sempre meno vincente. Il rischio é che una parte dei suoi elettori convergano su Marine Le Pen. E il disastro sarebbe completo.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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