Nel partito dell’avventura?

Roma, 14 febbraio 2017 – Alla direzione Pd di ieri Dario Franceschini non è intervenuto, ma parlando coi giornalisti è riuscito come nessun altro a riassumere in due sole frasi il passaggio decisivo a cui il suo partito si trova di fronte. “Se va via dal Pd un ex segretario – ha detto – è un problema gigante. E in giro per l’Italia quel mondo vale più dei 13 voti che hanno in direzione”. Dove “quel mondo”, che non è palesemente il suo, indica quella vasta parte dell’elettorato di sinistra che l’attuale leadership  ha profondamente deluso ma anche sostanzialmente escluso, almeno finora, dal proprio orizzonte politico. E non sarà certo un congresso “a rito abbreviato” come quello a cui dovrebbe dare il via l’assemblea nazionale di sabato prossimo, a risolvere “i nostri problemi di identità e di proposta politica”, ha precisato, con grave disappunto del segretario, Andrea Orlando nel suo intervento. Così anzi, ha paventato il ministro della giustizia, le primarie che si dovessero fare a fine aprile “finiranno per essere una sagra dell’antipolitica, il tutto consumato dentro la campagna elettorale per le amministrative”.

Ecco perché, mentre sulla Repubblica di stamani Stefano Folli fa del suo meglio per trarre buoni auspici dai “toni rassicuranti” della relazione di Matteo Renzi,  (“tutto lascia pensare che le elezioni si faranno a fine legislatura” , “i punti di vista del segretario e quelli di Bersani sono meno lontani di quello che sembra”), quasi tutti i giornali titolano oggi: “scissione più vicina”. Dopo la clamorosa sconfitta al referendum del 4 dicembre, Bersani e la minoranza pretendono un “congresso vero che vuol dire dare ai circoli il tempo di esprimersi, poi riscrivere le regole congressuali – quelle attuali sono fatte su misura per l’uomo solo al comando – e indire le primarie solo dopo le assise.

Ovvio che “bisogna pensarci bene, pensiamoci tutti”, esorta dunque Franceschini, con parole abbastanza generiche per essere pronunciate in buona fede. Vedremo nei prossimi giorni se l’esortazione avrà qualche effetto sul  segretario o se, con più probabilità, basterà a quest’ultimo avere conferma di quel patto con l’ex leader della Margherita di cui si scrive da qualche giorno: congresso subito in cambio del premio di coalizione  sulla legge elettorale. In questo caso “non ci sono più condizioni per stare nel partito dell’avventura”, pare che abbia detto Roberto Speranza, prospettando con ciò l’addio alla sua candidatura alle primarie.

Per andare dove? Continua a chiedere con rinnovata insolenza Matteo Renzi. Già, perché  non si può dire che la serie storica delle scissioni a sinistra abbia portato a grandi risultati. Comincia a diffondersi anche tra le formazioni politiche della diaspora più recente – da “Possibile” di Pippo Civati a Sinistra Italiana, al “Campo progressista” di Pisapia, alla rete dei comitati per il NO al referendum costituzionale, Consenso di D’Alema, per citarne solo alcuni – la convinzione che sia necessaria una convergenza plurale attorno a un progetto strategico, dunque a lungo termine, dunque anche un cambio culturale. Per battere il cosiddetto populismo e soprattutto la destra nazionalista e xenofoba, “non bisogna combattere i politici, ma cambiare politica”, dice Mario Tronti, uno dei 41 intellettuali del Pd che hanno firmato l’appello per le elezioni alla scadenza naturale del 2018.

“Ci sarà la scissione?” d0manda all’ex sindaco Pisapia il giornalista del Corriere della Sera. “Non me lo auguro – risponde – ma certo non dipende da me. L’importante è che il Pd capisca di non essere autosufficiente. Occorre una svolta che guardi a sinistra. Una forte discontinuità, rispetto a una stagione in cui i democratici erano costretti ad accordi con Alfano e anche con Berlusconi». E aggiunge che per lui “sarebbe impossibile appoggiare un governo di larghe intese”. Sembra allora difficile ipotizzare che il cosiddetto “Campo Progressista” possa allearsi con un Partito democratico che non abbia compiuto un’inversione a U rispetto alla politica dei tre anni trascorsi. L’idea di Pisapia che il patto del Nazareno con Berlusconi, l’alleanza sulle riforme con Alfano e Verdini siano  stati per Renzi il doloroso prezzo da pagare alla necessità di governare, a me sembra piuttosto una forzatura. Il fatto è che pochi leader sono apparsi più convinti e determinati di lui nel perseguire quella che oggi quasi tutti riconoscono come una strada sbagliata.

Una strada sbagliata il renzismo, ma prima di questo il blairismo e la “terza via”. Più in generale la cultura socialdemocratica di questi decenni che ha cercato di risolvere i suoi problemi di egemonia con una fuga nel pragmatismo. Due giorni fa, su repubblica Stefano Rodotà ha richiamato la memorabile frase attribuita da Camus al suo “Caligola”: siate realisti, chiedete l’impossibile. “L’attribuire ai nudi fatti la competenza a dettare le regole della vita sociale e politica – ha scritto Rodotà – da’ origine a una sorta di naturalismo che…nella sostanza, trasferisce il potere di scelta dalle procedure democratiche alla dinamica del mercato”. La fuga nel pragmatismo ha portato alla complicità più o meno consapevole della classe dirigente socialdemocratica con la degenerazione del capitalismo nelle forme neo-liberiste attuali. E una globalizzazione avvelenata rischia di consegnare le sue vittime alla destra nazionalista e xenofoba. La campana suona per noi.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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