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Renzi o il suicidio dell’arroganza

Un disegno di pura follia questo precipitarsi al voto di Renzi? Vediamo. Quali carte ha in mano oggi che non potrebbe avere tra un anno? Forse la candidatura “di diritto” alla premiership come segretario del Pd, che la celebrazione di un congresso con primarie meno “aperte” delle precedenti potrebbe mettere in dubbio. Forse la possibilità di nominare i candidati lasciatagli dalla sentenza della Corte, che molto probabilmente una nuova legge elettorale cancellerebbe, mentre il premio alla coalizione agli amici del centrodestra potrebbe bastare, non dico a garantirgli il premio di maggioranza, ma a permettergli di puntare alla maggioranza relativa dei voti e/o dei seggi per avere l’incarico di formare il governo. Chissà, forse pensa con qualche fondamento di poter trattenere almeno parte della sinistra interna offrendo qualcosa in cambio. O forse scommette anche sul sostegno da parte dell’establishment che potrebbe considerarlo ancora il minor male rispetto alla concorrenza. Prima che un anno e mezzo di  Gentiloni  al governo produca qualche buon risultato che non faccia sentire la sua mancanza. Certo, non sono argomenti che mettano in luce la sua qualità di statista, ma quando mai l’ex sindaco di Firenze ha rinunciato alla possibilità di una vittoria personale per obbiettivi più disinteressati? (nandocan)

***di Pier Luigi Celli, 8 febbraio 2017 – Quest’ansia da rivalsa che sembra abbia invaso Renzi ha così poco di politico che si è portati a dubitare seriamente non tanto delle sue capacità ( che pure qualche problema lo sollevano) quanto piuttosto della lucidità che aveva consentito a molti di attribuirgli dei crediti sproporzionati.
Evidentemente il baldo giovane aveva offerto credenziali taroccate che più di qualcuno aveva preso per buone.
E ora siamo al redde rationem.

Quello che stupisce è l’ostinazione con cui il nostro, evidentemente colpito e non arreso, sta perseguendo un disegno di pura follia, alla ricerca di un recupero che, a parere dei più saggi, rischia di tradursi in una debacle catastrofica.
Che senso ha andare alla prova di forza elettorale, in condizioni di oggettiva debolezza, per affermare ancora il proprio potere di decisione ma, soprattutto, cercando nel lavacro elettorale, lo strumento per regolare i conti interni al PD, e così costringere i riottosi ad andarsene?

L’incompatibilità interna che sta minando il partito è il frutto di tante ambiguità cui è stato consentito di convivere a forza, ma non è chi non veda come l’ideologia renziana, esasperata nei toni, forzata nei comportamenti ed esplicitata nella scelta dei collaboratori, abbia di fatto costretto, chi nella sinistra ha una storia e conserva un afflato non strumentale, a sentirsi progressivamente espropriato della propria casa.

Cosa resta degli ideali e delle battaglie fatte negli anni se l’obiettivo ora è cercare comunque un risultato, sia come sia la compagnia di giro, su temi e programmi che hanno ormai solo l’involucro delle parole d’ordine e risuonano ai più vuoti, ripetitivi e senza eco?
Basterebbe fermarsi un poco in questa giostra rutilante di nullità per rendersi conto che i tempi sono cambiati, il mondo sta andando indietro, e recuperare radici e strumenti diventa indispensabile per fronteggiare quanto ormai ci sta sfuggendo.

Mentre, se l’onda è quella che si intravvede, ciò che ci possiamo aspettare è questa sfida perdente che richiama più il ‘ Sansone deciso a scomparire con tutti quelli che ritiene filistei’ di quanto non si rifaccia alla mitologia epica di uno scontro all’OK Corral.
Seguirlo in questo suicidio non è saggio.
Anticipare i tempi, per riconquistare il proprio spazio e la propria ragion d’essere, è un tentazione che ha qualche fondamento per la sinistra.
Bisognerebbe essere chiari e decisi.
La gente non ama più queste manfrine.

*da RemoContro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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