Vai alla barra degli strumenti

Due giornalisti su tre guadagnano meno di mille euro al mese

Roma, 6 febbraio 2017 – Due giornalisti su tre non hanno un lavoro stabile in redazione e guadagnano in media (dati che si riferiscono al 2015) la generosa paga di 11.241 euro all’anno, meno di un quinto rispetto alla media dei loro colleghi dipendenti. Poco più di un giornalista autonomo su 2 (il 54,3%) denuncia un reddito superiore allo zero. Mentre 8 lavoratori autonomi su dieci (l’82,7%) dichiaravano, sempre nel 2015, redditi inferiori a 10.000 euro annui.  Chi si lamenta per la qualità non esaltante dell’informazione giornalistica in Italia potrebbe trovare una spiegazione in queste cifre del rapporto annuale sulla professione che viene preparato per Lsdi dal collega Pino Rea. Domani, 7 febbraio, alle 10,30, quello relativo al 2015 verrà presentato nella sala “Walter Tobagi” della Federazione nazionale della Stampa, alla presenza – fra gli altri – dei vertici degli istituti di categoria.

E’ chiaro che da una notizia o addirittura un servizio pagati pochi spiccioli non si può pretendere troppo. E a rimetterci, spesso, sono la precisione e la correttezza anche formale, mentre la velocità è indispensabile per mettere insieme il minimo per sopravvivere. Tanto più che, con la disoccupazione giovanile diffusa anche in questo settore, qualunque cronista, laureato o meno poco importa, può essere facilmente rimpiazzato qualora non si accontentasse di quei pochi soldi in cambio di qualunque pretesa del datore di lavoro.

Ovvie le conseguenze di questo approfondirsi della crisi della professione sull’Istituto di previdenza della categoria (INPGI). Con il continuo allargarsi della forbice tra lavoro dipendente e lavoro autonomo,  si riducono le entrate derivanti dai contributi contemporaneamente alla riduzione del rapporto tra giornalisti attivi e pensionati. E non manca chi ritiene che anche questo istituto autonomo della categoria, considerato fino a ieri necessario e comunque utile alla sia indipendenza, sia destinato a confluire, prima o poi, nell’INPS.

 

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: