Pisapia e le bufale in rete

Roma, 2 febbraio 2017 – “Un arbitro contro le bugie della Rete”, chiede, così titolando sulla “Repubblica” di oggi, anche un giurista e un politico progressista come Giuliano Pisapia, riconoscendo che “non è facile trovare una soluzione equilibrata” ed elencando alcune delle proposte avanzate in questi anni, a cominciare da quella del Presidente dell’Antitrust, Pitruzzella, che ipotizza agenzie pubbliche “per contrastare la diffusione di bufale con interventi rapidi e incisivi per la loro rimozione (prevedibili i commenti negativi sui social)”. In conclusione, l’ex sindaco di Milano propone invece, a garanzia di tutti, “un soggetto autonomo e indipendente, in cui siano rappresentate le diverse realtà interessate”  con l’obbiettivo di “ridurre i danni di un uso improprio di una grande ricchezza come internet, evitando decisioni discrezionali e ingiuste censure preventive”.

Chi mi conosce sa che sono, come l’associazione di cui faccio parte, “Articolo21”, contro i bavagli e la censura preventiva di ogni tipo, on line oppure off line non fa differenza. Ciò non toglie che sia indispensabile impegnarsi tutti per garantire qualità e correttezza all’informazione anche attraverso la formazione e il controllo disciplinare. Non solo su internet. Di bufale più o meno volontarie, notizie false e tendenziose che diffondono pregiudizi e faziosità tra i cittadini meno avvertiti, sono piene le pagine dei giornali e gli schermi televisivi. Ha ragione  il collega Alessandro Gilioli dell’Espresso, rispondendo a Pisapia nel suo blog “Piovono rane”,  a chiedere perché mai dovrebbe essere riservato alla rete un’eventuale intervento arbitrale.

Ciò detto, sono quasi certo che il giurì non ci sarà. Non ci sarà per la rete come non c’è mai stato per l’informazione stampata e televisiva nonostante che in più occasioni, da oltre vent’anni ormai, sia stato proposto anche formalmente dalla federazione della stampa e dal consiglio dell’ordine dei giornalisti. Prima che anche al vertice di quest’ultimo emergessero resistenze alla sua realizzazione pratica. Sulla difesa del diritto dei cittadini ad essere correttamente informati ha prevalso finora, a torto o a ragione, il timore di affidarsi ad un arbitro che non darebbe garanzie adeguate di commettere arbitrio. Questo, nella migliore delle ipotesi. Perché nella peggiore potremmo dire che a prevalere è stata una volontà di chi ha il controllo dei media di annunciare la post-verità a suo piacimento.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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